Sposare un giamaicano

E’ terminato da poco il divertente gioco-racconto  "MeLa Dai", un’occasione per condividere con alcuni amici di blog la voglia di divertirci inventando racconti strampalati. Al centro dell’attenzione, questa volta, l’amore. Complimenti a Micky, vincitore del premio per il racconto più originale e per il miglior racconto. Congratulazioni alla mia amica Gabriella che ha illustrato tutte le 24 storie, ed ha vinto con la vignetta che illustra questo mio racconto  . Grazie a Chiara,  Ariel e Monica per l’organizzazione, e un abbraccio a tutti gli "ammazzasette" per esserci divertiti sempre in modo civile e allegro con il nostro comune hobby della scrittura. Ed ecco il mio primo di tre racconti,  
 Sposare un giamaicano        
 
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  disegno di GabriArte
Sono le 16 e 30 di un venerdì, e chiunque, come me,  svolga un noioso lavoro,  conosce il senso di liberazione che provo verso quest’ora, dove aspetto solo il momento di lasciare l’ufficio e rilassarmi nel weekend. Oggi poi, sono ancora più ansiosa di andarmene e raggiungere l’aeroporto. Nessuna partenza, si tratta invece di un rientro. Dopo quasi un mese torna dalla Giamaica una persona speciale. Lui si chiama Ziggy: lo conoscete?

Alto 1,80 metri, pelle nera dal tono ambrato: alto, lunghi capelli media lunghezza con treccine rasta, un neo sullo zigomo,  muscoli scolpiti e l’aria sexy. Ha 39 anni, ma ne dimostra meno. Invidiose, eh? Tanto è mio, è il mio uomo…quello che ho sposato da tre anni.

Ok, ok…cominciamo questo racconto dall’inizio, come si deve. Io sono Gioia, ma tutti mi chiamano Joy.  Vulcanica e sempre allegra, dicono di me. 37 anni, capelli lunghi ricci rossi e pelle chiara, molto chiara, dico io di me.

Una festa da amici comuni fu l’occasione per conoscerci. Mi aggiravo un po’ frastornata nel locale semibuio alla ricerca del bar. E Ziggy era lì,  perso di nostalgia per la sua isola perduta nel sole, quando già da un anno lavorava in Italia in veste di consulente commerciale. Non so cosa fu, forse la musica reggae sparata a palla, attaccammo bottone e in breve ci trovammo a parlare, lui in una metalingua fatta di strani suoni italiani dalla calata creola, io nel mio inglese teoricamente buono ma praticamente poco collaudato.

 

E così cominciai a notare da subito i suoi occhi neri come petrolio e il modo che ha di girarli mentre ti parla, le sue mani dalle dita lunghe e affusolate, l’anello con il leone rasta all’anulare, l’orecchino d’argento al lobo sinistro,  la sua voce mentre canta Redemption song, il modo in cui bacia, delicatamente e dolcemente, e….

E nella mente cominciai a intonare  No, woman, no cry…!!!!!!

L’amore è come un cecchino appostato nelle pieghe della tua vita, ti colpisce all’improvviso. Quella volta prese di mira me e Ziggy, che dopo pochi mesi di convivenza, decidemmo di sposarci.

 

 

Vi dirò, non è stato facile arrivare al grande passo del matrimonio. Le  origini, le culture diverse e soprattutto le riserve iniziali delle rispettive famiglie.  La mia dolce sorella maggiore Gabriella è passata da iniziali momenti di sconcerto riguardo alla mia crescente passione per il figo da paura, allo scambio con lui di gomitate e battute, mentre gli insegna tutte le parolacce, ma tutte, del nostro italico idioma. Un’altra è stata  la mia amica Elisa,una tipa tosta, che mi riempie ancor oggi di amichevoli consigli del genere:"Joy, lui è un figlio di puttana, stai attenta, vigila sempre: quelli come lui sono sempre fumati, e poi l’infedeltà ce l’hanno nel dna!!”

 

A ridosso della fatidica data, Ziggy ed io ci recammo in Giamaica, a Port Antonio, per conoscere la famiglia di lui, fino ad allora solo vista dall’angolo acuto di una webcam, da casa di Ziggy. La mamma, Edna, era proprio uguale alla Big Mama di Via col vento, solo che non ne condivideva la stessa bonomia, ma mi guardava con aria feroce e sospettosa. Ero per lei la cattiva donna bianca venuta a strapparle il figlio primogenito, già emigrato in una terra fredda e inospitale. Per due giorni furono occhiate fugaci e sorrisi finti, fino a quando mi offrii di preparare un piatto all’italiana insieme a lei. Io e Ziggy avevamo infatti stipato le borse da viaggio con pelati,  pasta e parmigiano, di olio di oliva, che lì è considerato prezioso come e più dei tartufi da noi. Edna mi seguiva stupita mentre con aria sapiente affettavo i pomodori e le erbe odorose e li soffriggevo in padella con olio, olive, capperi e acciughe: in un’altra pentola intanto lasciavo bollire l’acqua per la pasta, e una volta cotta, la scolavo un po’ a fatica (non avevano scolapasta) e, condivo gli spaghetti con il sugo. Mentre mangiavamo, Edna mi chiese il nome della ricetta. “Spaghetti alla puttanesca” risposi io. “ Putanè, really good “ approvò Edna, e per la prima volta sorrise apertamente. I dieci giorni successivi passarono piacevolmente. Scoprii che Edna era una donna simpatica e gioviale: ci scambiammo ricette e andammo spesso in spiaggia insieme a bere i cocktail fantastici, preparati dai fratelli di Ziggy, che gestiscono un chiosco in riva all’oceano. Scoprii un paese diverso dagli stereotipi del viaggiatore distratto, che immagina di trovare ad ogni angolo venditori di spinelli e rastafariani, mentre è anche ricco di umanità e di fiducia nel futuro. Anche la lingua non costituiva realmente un problema: in fondo non era difficile parlare, anche non conoscendo il dialetto patois che i nativi parlano tra loro al posto dell’inglese, lingua ufficiale: bastava rispondere sempre “yahman” che significa più o meno “si” oppure dire “irie”, che corrisponde al nostro” tutto va bene”.

 

Al momento del commiato, tra pacche sulle spalle con i cognati, abbracci e promesse di venirci a trovare presto in Italia per il matrimonio, Edna si rivolse al figlio per farmi un complimento “Joy, brava putanè” . Ho ancora nelle orecchie la risata travolgente di Ziggy, e quella frase è diventata il tormentone con cui mi prende in giro ancora oggi, il bastardo.

 

Tre mesi dopo, dinanzi al sindaco, Ziggy ed io ci sposavamo. Altro che “No woman, no cry”: Edna e Gabriella almeno si contenevano, mentre Elisa, si lei, il tipo tosto, si scioglieva in lacrime di commozione. E noi, forse eravamo quelli più stupiti di ciò che eravamo riusciti a fare,  travolti da un sentimento che oltrepassava i continenti e gli oceani.

 

 

E mentre vi parlo eccomi arrivata all’aeroporto: Terminal C, partenze internazionali, reparto arrivi. Ecco tante persone, per lo più turisti italiani di ritorno dalla Giamaica. Ridono, parlano ad alta voce. Lui niente, per un attimo ho pensato che avessi sbagliato orario. E invece…eccolo arrivare, carico di borse. Leggermente ingrassato. La cucina di mammà. E la pasta, che hanno preso ad adorare. Persino abbronzato – mica che i neri non si abbronzano, eh? Non mi aveva visto, ed io, vedendolo così bello,  ho pensato per un attimo che il mio cuore potesse scoppiare. Poi mi ha scorto. Un sorriso, ed ecco la sua risata forte e schietta.

 “Ziggy” dico io, ed è stata l’unica parola intellegibile. “Crazie” ha risposto lui, che ancora non ha imparato a parlare correttamente, il testone. Siamo saliti in auto,  e via di corsa a casa. C’era odore di fresco, di pulito, ma anche di ricordi, di passioni. Ha detto “Cattie”, gattina, il mio nomignolo. Mi ha preso in braccio e baciata appena ha richiuso la porta. Abbiamo fatto l’amore piano, con dolcezza.

Si è addormentato adesso, stroncato dal jet lag. Io ho aperto i regali di Edna: un tam, il cappellino colorato tipico, e  uno scialle che sembra un arcobaleno. Ziggy russa sonoramente, come fa sempre solo le volte in cui è veramente stanco.  Il mese passato è alle spalle. Adesso lui è qua, la sua presenza tangibile, la sua aura bronzea di dio dai muscoli scolpiti.

Riposa, amore mio…quando ti sveglierai prepareremo insieme il chicken curry: pollo fritto con cipolla e condito con latte di cocco e curry, servito con riso lessato e fagioli borlotti di contorno. E i giorni saranno solo per noi. Tutto va bene, irie, si.

HARIELLE 
 

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12 thoughts on “Sposare un giamaicano

  1. Complimenti, proprio un bel racconto.Mi ero ripromesso di leggere tutti i racconti, ma ho avuto davveroben poco tempo, spero di farlo con più calma.Ti auguro una serena notte, con amicizia, Vito

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  2. ciao bellissima harielle sei carina nella foto volevo farti i complimenti per il tuo bel racconto carico di vita fa proprio venir voglia di partire ed andarsene in giamaica sono contenta di aver disegnato per te e che sia proprio il disegno che ha vinto ha vinto la tua allegria e la tua dolcezza ciao buona domenica

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  3. Uno tra i racconti più gradevoli, gioiosi e pieni di vitalità, scritto, inoltre, benissimo.Mi complimento con te e con l’autrice del disegno, la nostra brava Gabry, che ha saputo esprimere bene i sentimenti emergenti del tuo racconto.Buona domenica, sorrisi collega ammazzasette :-))

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  4. ……….morbido e dolcissimo….ha detto bene lù…….ora vado a nanna che sono fusa anche io…..grazie angelo…..mi hai fatto sognare un po ;))ti abbracciop.s.:….bella la tua foto….penso che anche se non è giamaicano…..sia uguale ;))

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  5. Che bello questo racconto me lo sono letto tutto d’un fiato e mi sembrava di vedere le immagini e sentire suoni e odori…. Già a suo tempo avevo riempito di complimenti anche la nostra Gabri, xk il suo disegno mi era piaciuto un sacco, quindi ora che ne ho anche conosciuto la storia non posso che dire: bravissime!!!!Ciao cara sono tornata a fare cucù prima di sparire di nuovo, fra un pò in gelateria, xk ho voglia di cenare con una coppetta di malaga (eh, eh) pistacchio e noce o bacio, e poi a letto con le galline, xk domattina parto x Wien con il mio diggì. 2 @@ incommensurabili. :(Ti abbraccio forte forte!

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  6. Semplicemente bello,( senza esere banale e scontato )sembra una storia vera,complimenti.E’ sempre un piacere leggerti.Buona note e buona settimana,ciao Harielle.Antonio

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  7. Hei… e sembra proprio che tu ci sia stata per davvero da quelle parti cara Harielle!Una descrizione favolosa e uno scrivere molto scorrevole…. credo di averti incontrata lì mentre leggevo!Un bacioneeeeeeeeeeeeeee

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