La città scomparsa

Ecco l’ultimo racconto scritto per MeLa Dai, gioco-racconto iniziato a marzo ideato da Chiara e Ariel e terminato pochi giorni fa, dedicato all’amore con storie strampalate sul tema. Dopo"Sposare un giamaicano" e "Un angelo ci salverà", ora è la volta del racconto che mi è più caro, forse perchè, davanti ad un foglio bianco di computer, è come se si fosse scritto da solo. Inoltre, tocca la tematica dei migranti, che è la mia passione e la mia specializzazione nella vita lavorativa. Mi ha portato anche fortuna, perchè qualche giorno fa questo scritto è stato selezionato per un premio letterario internazionale. Il disegno anche questa volta è stato elaborato dalla bravissima Gabriella, illustratrice sopraffina di tutta la serie, a cui vanno ancora una volta i miei complimenti per la sua arte.
 

La città scomparsa

 

 la città scomparsa

 

 

Eravamo nascosti all’angolo della strada, tesi e pronti a scattare. Attenti alla minima distrazione del fruttivendolo del quartiere dei ricchi, pronti a correre e senza farlo notare arraffare una mela, un’arancia e di nuovo correre, prima di arrivare a scuola, dove  nell’intervallo delle lezioni avremmo avuto qualcosa da barattare con  i nostri annoiati compagni  stufi di merendine confezionate e di panini superimbottiti. Per me e mio fratello, quelli erano invece un cibo prelibato: al mattino, dopo averci servito la colazione, la mamma non sempre ci dava la merenda. Sempre però ci raccomandava di stare attenti mentre attraversavamo le strade, di mostrarci obbedienti e rispettosi verso gli insegnanti, di non litigare con i compagni e di farceli amici. Quest’ultima cosa ci riusciva più difficile, perché da un anno a questa parte, cioè da quando avevamo lasciato il nostro villaggio natale e ci eravamo trasferiti su un continente diverso, in una città sconosciuta, nessuno aveva mostrato desiderio di sedersi spontaneamente accanto a noi. Qualcuno arricciava il naso ed una volta io, da sempre più  sveglia di quello zuccone di mio fratello gemello, avevo percepito dalle frasi pronunciate sommessamente “Ma prof, puzzano” disse storcendo il naso e roteando gli occhi Alice,  la bambina più bella della classe, bionda dagli occhi verdi, che mio fratello,  come tutti i compagni di scuola, mangiava con gli occhi.

 

L’ insegnante la guardò severamente ma non disse niente quando Alice si accomodò al suo solito posto, lasciandoci confinati al primo banco laterale. Solo durante l’intervallo alcuni tra i ragazzi, incuriositi della nostra frutta, proponevano silenziosi scambi, soddisfacenti per entrambe le parti. Dopo la scuola tornavamo a casa, noi due soli, tra scherzi e battute nella nostra lingua, ridendo dell’altezzosità compassata dei nostri compagni  e prendendoci gioco degli indigeni dimoranti nel quartiere residenziale in cui era situata la nostra scuola. Il nostro rione, invece,  era abitato da tante persone del nostro stesso paese, e lì era facile e rilassante ritrovare la nostra lingua, il dialetto, persino gli alimenti cui eravamo abituati. Compravamo pane e latte come ci avevano raccomandato mamma e papà, poi restavamo soli in casa fino a sera, aspettando che tornassero i nostri genitori, guardando il tramonto sulla grande città tra i piloni d’acciaio di un ponte dalle finestre del nostro minuscolo appartamento.

 

Arrivava prima la mamma, che subito liberava i capelli e cominciava a cucinare cibi saporiti, che spandevano per l’appartamento un odore di aglio e di spezie. Poi giungeva il papà, sempre stanco e corrucciato appena arrivava, poi rasserenato dalle canzoni che mamma cantava mentre friggeva e subito metteva in tavola. Spesso ci chiedevano di mostrare loro i nostri quaderni, di far vedere i voti. Io, che ero più brava del mio gemello ad apprendere la lingua nuova, gongolavo nell’ascoltare le lodi con cui mio padre mi elogiava. “Voglio che tu sia brava, che vada all’università” ripeteva, ed io mi sentivo felice e sgomenta allo stesso tempo nel sentirmi investita da una tale responsabilità.

 

Di domenica seguivo mia madre in chiesa, ascoltavamo la funzione e dopo la messa ci recavamo in sacrestia, dove alcune donne ci regalavano dei pacchi per bisognosi. A casa li aprivamo con vergogna: contenevano generi alimentari, talaltra vestiti, in genere troppo grandi o troppo stretti per noi ragazzi, ma bisognava adattarseli addosso. Mio fratello e mio padre badavano alle galline, confinate in un piccolo spazio nel comune cortile, adibito anche a piccolo orto, dove, resistendo al gelo invernale, crescevano stentatamente alcune verdure.

Era proprio il clima freddo a cui non riuscivo ad abituarmi, più che la nuova città dalle dimensioni gigantesche, dall’odore perenne di gas di scarico e di benzina. Nei miei momenti di ozio fantasticavo di tornare dalla nonna materna, nella vecchia casa dalle porte sempre aperte, dove giocavamo a rincorrerci con i nostri cugini con i piedi nudi sulla sabbia. Con mio fratello, mentre andavamo o tornavamo da scuola, avevamo inventato uno strano gioco, in cui vinceva chi si ricordava più cose del nostro paese natale.

 

A scuola ci impegnavamo al massimo, e dopo qualche mese di completa immersione in una lingua del tutto sconosciuta, un giorno scoprimmo che riuscivamo ad afferrare sempre più  quello che i professori dicevano. Eravamo meno bravi a parlare quella lingua nuova così complessa, anche perché, ogni volta che venivamo interrogati, sentivamo le risatine di scherno dei nostri compagni per il nostro strano accento. Fu proprio Alice, però, che un giorno, quando vide mio fratello in lacrime, ad andare incontro al gruppo di ragazzi più accaniti e a intimare al loro capo di smetterla. Tornata da mio fratello, gli offrì poi la sua merenda e lui le diede in cambio la piccola mela che mamma ci dava ormai ogni giorno, da quando il fruttaiolo si era lamentato con lei delle nostre incursioni mattutine. Quanti scapaccioni avevamo preso per quella piccola marachella! Da quella mattina a scuola, Alice  diventò nostra amica, ed per noi due da allora a scuola la vita fu più semplice, mentre di ritorno dalle lezioni, fino al limitare del quartiere bene in cui Alice abitava, camminavamo insieme chiacchierando e ridendo.

 

 

Ma un pomeriggio, mentre terminavamo i compiti,  udii il pianto sommesso di mio fratello.

“Che hai?” gli chiesi bruscamente, sentendomi, come sempre,  nonostante fossimo gemelli,  la sorella maggiore, sicuramente la più alta. Lui continuava a piangere, finché scuotendolo, mi rispose tra i singhiozzi. “ E’ scomparsa” ripeteva, scuotendo la testa. Lo strattonai incalzandolo  finchè non aggiunse: “Non ricordo più la nostra casa, la città, le strade. Sono scomparse.”

Allora mi alzai e presi un quaderno dalla cartella, strappai un foglio dal centro e, munita di due matite, mi avvicinai a lui. “Che sciocco sei. Non è possibile che tu non la ricordi del tutto, magari l’hai solo un po’ dimenticata. Dai,  disegnamola”

Ed ecco, linea dopo linea, tornare a vivere la città scomparsa. Qui c’era la marina, lì il castello normanno, vicino al molo dei pescatori.  Più avanti, di fronte alla spiaggetta, la casa della nonna con l’aranceto. Sembrava quasi di vederla mentre la domenica impastava le orecchiette da preparare con le cime di rapa. Qui stava la bottega dello speziale, lì il forno, qui ancora la casa degli zii, più a destra la chiesa, dove andavamo a fare catechismo da piccoli, e dove siamo stati battezzati.  Piano piano Giovanni aveva smesso di piangere, e aggiungeva altri particolari alla nostra mappa. “Ecco, Maria, qui c’era la casa di Antonia, te la ricordi quanto era bella?” chiese .“Somigliava un po’ a Alice, vero? Non cambi mai gusti, vedo” risposi io, strizzandogli l’occhio, certa che sarebbe arrossito. Restammo a disegnare la nostra mappa finchè il sole non tramontò, tracciando mura dopo mura, stradine dopo vicoli, piazza dopo vie.

E poi ci alzammo, due  dodicenni italiani degli anni ‘50, e ci sporgemmo dalla finestra che da lontano mostrava il ponte, nella prima strada, nel quartiere che i nostri compaesani in dialetto chiamavano “Brucculìn”,  e che nella scuola americana avevamo imparato a scrivere correttamente Brooklyn. Eravamo emigrati da più di un anno ormai dalla nostra terra che ricordavamo calda e profumata di mare, ma la nostra città adesso non era più scomparsa, né così lontana.

Chiudemmo in fretta il quaderno mentre sentivamo la serratura scorrere e la voce allegra di mamma chiamarci, mentre si liberava della cuffietta da cameriera a servizio. Prima di accorrere e aiutarla però feci in tempo a disegnare in alto sulla mappa un enorme sole sorridente.

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10 thoughts on “La città scomparsa

  1. Ciao,finalmente è finita l’interruzione che mi impediva di scrivere e commentare in Windows live!!!!Ho potuto così leggere questo BELLISSIMO racconto che ci riporta indietro nella storia,ci ricordaCOME ERAVAMO NOI POPOLO ITALIANO NEL SECOLO SCORSO ed invita ad un maggior spiritodi solidarietà e di accoglienza verso chi ospitiamo a lavorare ( sottolineo lavorare ) nel nostro paese.Antonio

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  2. Come sempre questo racconto rivela la tua profonda sensibilità ed il tuo profondo rispetto per l’UOMO nel senso di appartenenti al genere umano.Buon prosieguo di giornata e di settimana.BUONA ESTATE!!!!Antonio

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  3. ciao harielle sono proprio contenta ho letto che è stato selezionato per un premio internazionale e ti augurodi tutto cuore che vinca io tifo per il tuo racconto è un gran bel racconto e che soddisfazione avertelo disegnatoun abbraccio fammisapere come sono andati gli esami di maturità un in bocca al lupo per i tuoi studenti ciao

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  4. …….lo ripeto sempre……..siamo stati noi i primi ad emigrare……..come possiamo ora puntare il dito?sei sempre unica…..e sono felicissima che tu sia proposta per un premio……incrocio le dita per te…..lo meriti angelo…….un abbraccione ………emma

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  5. Ciao,grazie per la visita e il commento correlato dai bei versi di A.G.Non c’è vita senza amore nè senza speranza.Un breve saluto ( a ciò ci obbliga ormai il gestore!!!) per un buon fine settimanaUsorriso ( se ci sta!!! ahahahahaha!!! )

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