Quando eravamo ritals e macarunì, esperienze migratorie rimosse o dimenticate

La brava ed entusiasta collega Tiziana che dirige il giornalino scolastico del mio Istituto mi ha chiesto un articolo sulle migrazioni, e mentre lo scrivevo, mi è venuta in mente la figura di mio nonno, migrante nato in Brasile e tornato a Napoli, la mia città d’origine. Ve lo posto qui, trascritto, ma se volete dare un’occhiata al giornalino di scuola, vi lascio anche il link 🙂  E soprattutto mi viene da riflettere a quanto siano simili le nostre memorie storiche di migranti, confrontate con quelli che ogni giorno attraversano i confini e trovano muri…..

 

migra
Sono la nipote di un emigrante italiano. Mio nonno nacque in Brasile, a Manaus, città nella quale anni prima si erano tra- sferiti i suoi genitori che non trovarono lì né ricchezza né fama. Tornato a Napoli, sua città natale, negli anni ‘50 mio nonno diventò il presidente di una compagnia navale di emigrazione, la Colombo, che organizzava le rotte degli emigranti verso il nord e il sud America. Era molto premuroso e solidale con chi affrontava il grande viaggio verso l’ignoto: nelle sue memorie di emigrante restavano i ricordi del duro lavoro nelle pampas dal clima insalubre , i richiami continui e sgarbati del capomastro, le malattie, il vitto scadente, i pochi soldi per sbarcare il luna-rio, la nostalgia di casa.
Pagina del passato recente, l’emigrazione è stata un passo obbligato per molti italiani, non solo del Sud , ma anche di quelli del Nord, con un grande flusso di popolazioni frontaliere, specialmente provenienti dal Piemonte, dalla Liguria, dal Friuli e dal Lazio. Oggi le persone di origine italiana rappresentano il dieci per cento della popolazione francese, il 21 per cento di quella Argentina e circa il 5 per cento di quella statunitense.

Le cause della grande migrazione italiana erano costituite in parte da “push factors” ed in parte da “pull factors” Tra i primi, come fattori di respingimento annoveriamo sicuramente le  precarie  condizioni economiche in cui larga parte della popolazione versava, ma anche, specialmente per i giovani maschi, il fenomeno della coscrizione obbligatoria, cui cercavano di sottrarsi, che spesso obbligava a condur- re una vita clandestina e sovente sfociava nel brigantaggio.

Tra i “push factors”, fattori di attrazione, andavano considerati la speranza di arricchirsi e l’idea di diventare cittadini di un grande paese costituito completamente da immigranti. Nel periodo del fascismo, inoltre, molti tra gli immigrati erano antifascisti perseguitati dal regime o dissidenti che decisero di trasferirsi in America anziché essere perseguitati in una patria divenuta inospitale.

Anche per molti migranti proveniente della nostra cittadina di Tivoli la Francia è stata la destinazione più frequente.

L’emigrazione verso la Francia del Sud e centrale, sino ad arrivare alla capitale e, ancora più al nord industrializzato si concretizzò con un lusso in crescente aumento a partire dalla fine del 1800 sino alla seconda metà del ’90. In Francia gli italiani – specialmente quelli provenienti dall’alta Italia – sono andati a lavorare molto spesso come “sans papier”, operai clandestini nelle fabbriche o nelle miniere. La condizione di clandestino era spesso dettata dall’alto costo che era richiesto per avere tutti i documenti necessari per la regolarizzazione. In più, l’elevato tasso di analfabetismo e la scarsa pratica con uici e richieste burocratiche favorivano il clandestinismo lavorativo. Per lavorare regolarmente, occorreva una “carte de travaille”, che doveva essere approvata dal consolato italiano nelle città francesi di destinazione e successivamente inoltrata alla sottoprefettura territoriale competente. Per passare la frontiera, era sufficiente il regolare passaporto, ma senza la carta lavorativa era diicile ottenere un lavoro regolarmente retribuito. Molti lavoratori si recavano in Francia per lavorare come stagionali, attratti dalle paghe più alte di quelle praticate in Italia. Spesso lasciava- no una famiglia che doveva sobbarcarsi il lavoro dei campi al posto dei suoi mem- bri partiti in cerca di fortuna.

I francesi erano soliti chiamare gli italiani “macarunì” per la loro abitudine di man- giare i maccheroni, per controparte gli italiani chiamavano i francesi “pomiditè” storpiando il nome con cui si chiamano le patate in francese ovvero pommes de terre, pietanza di cui erano soliti cibarsi i francesi.

Gli immigrati italiani erano anche chiamati Rital (al plurale ritals), un termine dell’argot popolare francese che indica una persona italiana o di origini italiane, con connotazione peggiorativa e ingiuriosa. Le condizioni di vita erano spesso penose, al punto che era una diceria comune tra i francesi che gli italiani, venuti per costruire le ville altrui, fossero costretti ad occupare alloggi insalubri nelle bidonville o nei quartieri più degradati delle città.

La maggior parte non possedeva specializzazioni professionali e dunque poteva esercitare qualunque attività manuale (sterratori, scaricatori, manovali, lavoratori agricoli stagionali, metallurgici nei cantieri navali….). Tanti finirono per impiegarsi, regolarmente o no, nell’industria 

Ma tanti italiani emigravano verso le Americhe. Ellis Island è un isolotto situato alla foce del fiume Hudson, nei pressi del porto di New York City. E’ comune- mente ritenuto il simbolo del patrimonio culturale degli immigrati provenienti da tutti i paesi europei e diretti negli Stati Uniti. Dal 1892 ino al 1954 in quest’isola transitarono circa venti milioni di emi- granti, in cerca di libertà e di opportunità economiche. All’arrivo al centro di accoglienza, ciascun immigrato doveva esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva condotti in America, mentre dei medici del servizio immigrazione visitavano i nuovi arriva- ti, contrassegnando con la schiena con un gessetto coloro che dovevano essere sottoposti ad esami più approfonditi America, mentre dei medici del servizio immigrazione visitavano i nuovi arriva-ti, contrassegnando con la schiena con un gessetto coloro che dovevano essere sottoposti ad esami più approfonditi. Chi superava il primo esame, veniva poi accompagnato nella sala dei Registri, in cui venivano registrati dati quali le generalità dell’immigrato, la destinazione, la disponibilità di denaro e le attitudini lavorati- ve, per essere successivamente sbarcato a Manhattan. Chi veniva sottoposto alla successiva visita e fosse giudicato non idoneo, veniva reimbarcato sulla stessa nave che lo aveva portato negli Stati Uniti, la quale aveva l’obbligo di riportare in patria gli “scartati”.

Negli Stati Uniti in cui l’abbondanza di terra poco costosa era un fattore allettante, gli italiani – chiamati fellas, termine che nel gergo significava“ ragazzi”, si distinguevano per svolgere principalmente lavori agricoli, anche se successivamente sono stati impiegati in lavori principalmente urbani. Gli italiani sono stati notati e apprezzati anche per la loro diligenza. Hanno lavorato come macellai, raccogli- tori di stracci, addetti alle pulizie della fogna e in tutti quei lavori duri, sporchi, pericolosi che gli autoctoni non desidera- vano. Anche i bambini immigrati hanno lavorato in dalla più tenera età, come del resto avveniva in Italia, spesso a scapito della loro educazione scolastica. Gli italiani emigrati in America erano apprezzati per il loro rifiuto di accettare la carità o di ricorrere alla prostituzione per soldi. Le condizioni di vita in cui gli italiani immigrati a New York vivevano erano spesso drammatiche e ai limiti dell’indigenza. Erano famosi per la loro sobrietà, ma venivano spesso osservati comportamenti tipici, come la sporcizia delle loro abitazioni e la tendenza a risparmiare su- gli alimenti in un tentativo disperato di accumulare soldi.

Partendo dall’esperienza di mio nonno emigrato, nella mia esperienza di mediatrice culturale ho confrontato e raccolto tante vicende simili, avvenimenti diventati storia d’Italia. Il nostro Paese ora è diventato terra di emigrazione, e tuttavia sembra aver dimenticato i racconti dei fellas e dei macarunì che partirono su fatiscenti bastimenti o attraversarono clandestinamente le frontiere in cerca di un futuro migliore.

Proprio come successe a mio nonno, nato in Brasile da immigrati italiani.

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6 thoughts on “Quando eravamo ritals e macarunì, esperienze migratorie rimosse o dimenticate

  1. Si fa presto a dimenticare la condizione di migranti e tuonare contro i nuovi emigranti.
    Certo un fattore non piccolo che differenzia gli italiani migranti dai nuovi emigranti è che noi abbiamo, entro certi limiti, rispettato i valori della nuova patria, adattandoci al nuovo cointesto con il pensiero fisso di tornare in patria. Solo che le condizioni economiche ce lo impedivano.
    Bello l’articolo del giornalino che hai scritto – ci sono diversi refusi 😀 e qualche copia e incolla di troppo 😀

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  2. Da parte materna mia nonna era immigrata in austria lei veniva da una famiglia ungherese zingari… mai mai mai nella storia i migranti sono stati tratati cosi come i siriani…

    per me la terra apartiene a tutti … siamo tutti essere umani

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