Creazioni manuali e feedback familiari

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E’ inverno e  nonostante le giornate, lavorative e non, siano scandite da ritmi piuttosto frenetici, mi viene voglia di rintanarmi di più in me stessa, di stare  al calduccio con una tazza di tè, e da un po’ di tempo mi è venuta in mente l’idea di di riprendere in mano i lavoretti di maglia che non ho mai completato, eppure stanno lì da anni a chiedere perché.

Così, da qualche giorno ho ripreso in mano l’uncinetto con l’idea di rispolverare le ammuffite abilità e ho constatato con sorpresa che queste, come quando si torna in bici dopo tempo, sono subito ritornate alla mente:incredibile!

uncinetto

Parlandone entusiasticamente con Cat, la mia sorella mediana, ho subito ricevuto il feedback in lessico familiare per dirlo alla Natalia Ginzburg, dell’impatto delle mie incursioni nel campo della manualità sul resto della famiglia. ” Ah, bene, adesso ci riempirai quanto meno di presine per la cucina, come lo scorso anno di candele, e l’anno ancora prima di cestini di carta riciclata, e ancor prima il restauro di mobili rovinati  🙂 ”

Il tono era tra lo scanzonato e il rassegnato. L’altra sorella, Anna, diplomaticamente non si è ancora pronunciata, ma sicuramente, ordinata com’è ( non riesco a pensare come possiamo essere diverse in questo) avrà cominciato a pensare dove stoccare le new entries 😀

restauro-mobili

Ebbene si, forse perché sono nata sotto la stella dei Gemelli, segno curioso e incostante nell’applicazione, mi piace cambiare e spaziare negli hobbies a cui mi dedico con passione fino ad un certo punto, salvo arrivare a stancarmi e ricominciare dopo un po’ con altre occupazioni. Nelle foto che vedete potete ammirare,si fa per dire perché non sono perfette, alcune delle mie creazioni manuali.

candele

Questa volta, con il ritorno di fiamma della passione per l’uncinetto, mi riprometto di terminare il lavoro lasciatomi da uhm, quanti anni? diciamo almeno 10 anni da mia nonna, che fiera ultranovantenne in pensione da quando aveva 60 anni, si era dedicata dalla mia nascita in poi a tutti i lavori di maglia e uncinetto con tutte le varianti possibili, arrivando nel corso del tempo anche a sferruzzare vestitini per mia figlia.

Uno dei suoi ultimi Natali mi consegnò un centrotavola in cotone ecru,quelli che già allora avevano un vago gusto rètro e che ora ho visto parecchio apprezzati nei mercatini vintage.”Finiscilo tu, Rosè” mi disse, facendomi comprendere con stupore due cose:1) che mi considerava degna di terminare il lavoro, pur avendomi rimproverata per una vita per la mia sciatteria nei lavori di maglia e 2) che, più realisticamente,  tra le varie nipoti e conoscenti si poteva affidare solo a me, unica che pur pasticciando, l’aveva seguita nel suo hobby 🙂

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Nell’arco del tempo, ogni tanto ho completato qualche giro di questo copritavolo per tavolo tondo, che ormai non vanno più di moda, e i cui giri nella parte finale, richiedono un tempo lunghissimo di completamento. Ha ragione mia sorella Cat, io sono più un tipo da presine per la cucina, da cappellini, da copritazza, da maglioncini per figlia e nipoti neonati (altri cimenti di tempi passati)

Però, magari nelle feste di Natale,davanti alla tv e al calduccio, qualche giro all’uncinetto voglio darlo, al centrotavola. Che uso già  per le grandi occasioni, perché non si vede mica che manca il completamento. E mi piace farlo ogni volta immaginando lo sguardo corrucciato e insieme sorridente di mia nonna dalla nuvoletta che vede la nipotastra pasticciona seguire i suoi consigli e cimentarsi in quella che era la sua arte…era? chissà se in Paradiso  si sferruzza?

I miei amici blogger di sesso maschile si saranno annoiati,mi sa, ma se hanno letto fino in fondo avranno imparato qualcosa di più sull’universo femminile….buona settimana dal vostro angelo, in questa foto più giovane con figlia piccola, insieme alla mitica nonna Caterina

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Delizie d’inverno, candele e tisane

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Quest’inverno dal clima così altalenante, che si divide tra giornate quasi primaverili ed altre dal clima freddissimo (qui abbiamo registrato anche -6 al mattino), ha portato conseguenze non positive sulla mia salute, facendomi ammalare di raffreddore e raucedine almeno tre volte da settembre, ovvero da quando è ricominciato l’anno scolastico. Trovandomi già in periodo di chiusura quadrimestre non ho potuto prendere nemmeno un giorno di malattia durante la settimana per non far mancare ai miei studenti la possibilità di farsi interrogare e di recuperare le insufficienze prima degli scrutini di febbraio. Ho quindi deciso di trascorrere l’intero weekend a casa, confortata dal tepore dei caloriferi e dalla lettura di qualche simpatico libro. Il libro, godibilissimo, mi è stato consigliato dalla mia personal book advisor, mia sorella Caterina, che è una guru della lettura e che sarebbe stata un’ottima editor in una casa editrice. Si intitola Amori, crimini ed una torta al cioccolato, l’autrice è Sally Andrews, ed. Guanda. E’ ambientato nella Repubblica Sudafricana e la sua lieve narrazione non fa affatto pensare ai crimini del titolo, ma semmai alle torte al cioccolato e al tè che le protagoniste bevono in quasi tutti i momenti dello svolgimento del racconto.

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Così, invece di un tè, ho deciso di dedicarmi una tisana, tra le tante che ho in casa e che riservo ai momenti di relax totale, quelli in cui scelgo di non bere tè,  caffè o bevande eccitanti ma di “farmi del bene” con erbe salutari. Ho scelto la Tisana delle Fate, che mi è stata regalata da mia figlia, recatasi in gita la scorsa estate in un piccolo paese negli Abruzzi. Gli ingredienti sono tiglio, erica, calendula, petali di girasole e rosa, ciliegia e lampone. Il sapore è dolce e delicato nello stesso tempo, con una lieve predominanza delle note di lampone…buonissima…

E siccome non so star senza far nulla, ho preparato delle candele sciogliendo la cera e un po’ di oli essenziali profumati negli stampini da muffin. Ecco i risultati nella foto: candele a forma di cuore o tonde, candele con fiori o con una spruzzata di porporina, all’aroma di eucalipto o di limone….

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Un augurio di serena settimana a tutti voi.

Ah…il mio raffreddore? E’ quasi passato 🙂

Giorni d’autunno

Brevi giorni d’autunno
liberi da pensieri,
soli che muoiono
versando prodighi raggi
sulla terra tremante di pioggia.
Precoci fiori d’arancio
vacillano sottili nel primo freddo
nel silenzio d’incanto
di una mattina d’autunno.
Serenità o sofferenza in pari misura vibrano
in connessione con la natura intera.
E’ il peso del mondo
Che in tutte le cose
invoca amore
Harielle  © 2014

La sfida dell’alunno “difficile”

Nel periodo più bello della vita

L’anima soffre grandi tormenti

che calpestano la spensieratezza e soffocano il cuore.

E tu, non puoi rimuovere il peso

che sottomette la mente

perché non conosci il tuo nemico

e non puoi amarti, conosci soltanto

il suo vertice distruttivo che ti trascina verso

un’inquietudine eterna.

(Amonas)

Ricordo ancora il periodo dell’adolescenza come un periodo turbolento….lasciamo perdere…e in questo nuovo anno scolastico ho in classe due diciassettenni, entrambi pluriripetenti,  con comportamenti piuttosto problematici. Ultimamente la normativa scolastica li chiama alunni con Bisogni Educativi Speciali, consentendo al consiglio di classe di adattare la didattica e gli obiettivi comportamentali al caso specifico. Insegno da molti anni, e nel corso del tempo di casi ne ho visti tanti, ma quest’anno ritengo la situazione sia davvero molto particolare. A e B, chiamiamoli così, sono non solo irruenti ed esuberanti, ma impediscono a tutti gli insegnanti di fare lezione. Insieme hanno cumulato almeno una trentina di note disciplinari.

A. è un piccolo elfo dispettoso. Ha un’aria dolce ed è ipercinetico, probabilmente soffre di una sindrome da ADHD ,  un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in alcuni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione/adattamento sociale , e per questo non riesce a stare neppure fermo. A dispetto della sua aria gentile, aggredisce verbalmente compagni e insegnanti, e all’improvviso si alza dal banco e “deve” fare qualcosa. Per esempio, spruzzare acqua addosso agli altri studenti, tirare un libro verso la cattedra, cercare di scrollare il tampone cancellino sporco di gesso sui professori, il suo sport preferito (con me ci ha provato e per ora non ci è riuscito ancora, ma dice che è questione di tempo e che spera di marchiare anche me…) , o semplicemente alzarsi e uscire dall’aula senza permesso, incurante del docente che lo insegue per richiamarlo all’ordine.

B. “odia” tutto e tutti senza distinzione, in particolare le donne, siano esse studentesse, siano professoresse, lui si sente autorizzato ad insultarle e a etichettarle in vari modi sempre poco rispettosi che celano anche un razzismo di fondo e, scavando ancora, una forte insicurezza di fronte alla vita. Parlando con i genitori abbiamo scoperto che viene da un piccolo paese della valle d’Aniene, che è il primogenito e che il padre ha problemi gravi di salute che destabilizzano fortemente il ragazzo.

Ora, la prossima settimana il consiglio di classe dovrà riunirsi per i provvedimenti di sospensione, che sembrano doverosi, se vogliamo far rispettare il regolamento d’istituto, anche nell’interesse degli altri studenti della classe, che vedono spesso il loro diritto allo studio ridotto e che sono minacciati e offesi quotidianamente. Ma quanto dolorosa sarà per me questa sospensione…perchè in fondo è una esclusione. Ho per fortuna colleghi sensibili e preparati, una dirigente efficiente e probabilmente il provvedimento darà luogo alla programmazione di “lavori socialmente utili” in cui impegnare i due reprobi nell’ambito delle attività scolastiche. Ma, esaurito il tempo delle sanzioni, mi chiedo come sarà ancora il comportamento di A e B, se impareranno ad essere più rispettosi, e che ne sarà della loro vita in generale, come evolveranno nel controllare, come mi hanno confidato, queste pulsioni irrefrenabili a far male, a comportarsi male.

E, lo ammetto, parteggio fortemente per l’evoluzione di  questi ragazzi che lottano contro la loro adolescenza turbolenta e sofferta. Perché il rischio è perderli, come qualche collega sotto sotto spera,  che vadano via da scuola, ora che è terminato per loro l’obbligo scolastico. Ma l’alunno difficile è il banco di prova di ogni insegnante motivato, la ragione per cui molti di noi hanno deciso di abbracciare questa professione. Don Milani scriveva, nella  Lettera  ai giudici, “E allora il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”

 

Per Nonna Caterina

il quartiere di nonna Caterina, tra il Museo e la Sanità

E così, oggi compiresti 102 anni, se fossi ancora qui, con la tua corporatura pesante, la vitiligine che non ti imbruttiva affatto (tanto la coprivi con cerone e andavi avanti) e i capelli ormai diventati candidi come la neve, ma sempre curati, così come ti prendevi cura delle unghie e del tuo viso.

“Song nata comm a’ Cristoforo Colombo” esclamavi orgogliosa, confondendo la scoperta dell’America con il suo scopritore, ma noi non ti correggevamo,  neppure il misto di dialetto e italiano che era il tuo modo di esprimersi.

Non mi eri nemmeno nonna nel senso biologico, in quanto matrigna di mia madre, ma quanto  hai dato, Caterina, a me e alle mie sorelle.

E si che ne hai viste tante, nonna:  eri rimasta orfana di tuo padre e priva di una sorella,  nel 1919, durante una terribile epidemia di spagnola. Eri rimasta sola con tua madre, che affidandoti inizialmente all’Albergo dei Poveri di Napoli, un orfanotrofio (chiamato dal popolo o’ serraglio) eretto nel ‘700 da Ferdinando Fuga per re Carlo III, si prendeva cura dei bambini  indigenti a semiconvitto. E lì avevi studiato fino alla terza elementare, ricavandone nozioni che talvolta stupivano noi universitarie a distanza di tempo, e poi avevi lavorato, da sempre.

 

piazza Carlo III a Napoli, con l’Albergo dei Poveri

E nel 1944, in piena guerra mondiale, decidesti di sposarti, 32enne ormai rassegnata a restare zitella per sempre, con quel vedovo triste così distinto  che aveva già tre figli, traumatizzati dall’aver perduto, 4 anni prima, durante il primo bombardamento di Napoli, la mamma, una esile donna sfortunata operata allo stomaco per un’ulcera e abbandonata lì  a morire da sola a 39 anni, , dissanguata, in seguito alla devastazione dell’ospedale.

Quell’uomo non bello ma brillante ed estroverso tu lo amasti subito, come ti prendesti cura dei tre ragazzi, due maschi e una tenera bambina delicata, mia madre, che fu la tua seconda perdita dopo la morte,  anche essa prematura,  di tuo marito, mio nonno, che non ho mai conosciuto.

E quel dolore, seguito poco dopo dalla morte della tua mamma, e dopo qualche anno dalla morte della mia mamma, lo hai affrontato senza mai lamentarti, in silenzio, affidandoti alla tua fede che rinnovavi ogni giorno andando in chiesa e stabilendo con il parroco una specie di brusca intesa, quasi di prepotenza (Ue, padre Alfano: qui ci stann le offerte, dicìte le messe per i miei defunti, eh, nun ve scurdat comm’ sempre!) Questo nonno mai conosciuto è sempre stato come una presenza, sapevo tutto di lui, persino che amava leggere il giornale in bagno per ore  seduto sulla tazza e poi ti chiamava perchè gli si erano atrofizzate le gambe per la posizione….e tu raccontavi e ti trasfiguravi.

la chiesa di S. Maria degli Angeli alle Croci di nonna Caterina, tra l’Orto Botanico e la Veterinaria

Questi racconti di una Napoli antica, soggiogata dal fascismo ma mai vinta, anche grazie agli espedienti e all’ironia, li ho  poi ritrovati recentemente nell’atmosfera dei romanzi di Maurizio de Giovanni con protagonista il commissario Ricciardi. Ed è stato come trovarmi a casa, perchè la ricostruzione storica era esattamente la stessa che ci hai tramandato. Il nonno Gennaro  nato in Brasile da emigranti, giornalista diventato giornalaio, che vendeva opuscoli antifascisti di nascosto, il nonno Gennaro diventato dopo la caduta del regime prestigioso direttore di una compagnia navale che faceva partire i bastimenti degli emigranti.

E come ti prendesti cura dei tre orfanelli di un tempo, così ti prendesti cura delle tre bambine di Sofia, la tua figliastra adorata. Eri per noi la nonna che raramente ti diceva parole dolci, ma che nei gesti, nel pensiero, nel cuore era sempre premurosa. Energica abbastanza per inseguirci con la scopa per la tua vastissima casa dalle stanze antiche, quando avevamo combinato qualche marachella, alzando la voce per consentirci di nasconderci sotto il tuo letto alto e fingere di non vederci, mentre ridevamo delle parole in dialetto che pronunciavi (mo’ v’acchiapp! mo’ fe vacc vedè)

immagine presa dal web ma quasi sicuramente raffigura uno dei balconi della vecchia casa

Trasformata per amore da donna lavoratrice e vedova – eri diventata bidella – anche in nonna sferruzzante e pasticciera per nipoti sempre golose di “prestifatti“, come chiamavi tu i dolci con l’aggiunta del lievito istantaneo che all’epoca era una novità assoluta e in  befana generosa, dai grandi regali a tutti i bambini della famiglia.

Nel tuo dialetto napoletano stretto, intervallato dalle parole ricercate che mia madre, maestra, aveva cercato caparbia di insegnarti, esprimevi concetti di intelligenza e saggezza. Soprattutto eri il fulcro della famiglia, che con grande generosità riunivi in tavolate memorabili, sopportando e rispondendo piccata alle battute frizzanti dei figliastri maschi, che ti criticavano per la cucina pesante,  sontuosa, ma che in fondo alle parole celavano il rispetto e l’ammirazione per la tua forza d’animo e la tua gentilezza.

E quando, ormai mamma e trasferita a Roma per lavoro, passavo a trovarti appena tornavo a Napoli, eri sempre sollecita nel regalarmi una collanina, un profumo, un pensierino per la bimba. “Ma comm’ l’hai chiammata ‘sta creatura,  Alice, è un nome di pesce, ma dico io, perchè non l’hai chiamata Iolanda?” dicevi riferendoti al nome di mia figlia, e questa cosa mi faceva sorridere sempre.

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Nonna Caterina e una giovanissima Harielle con la figlia dal nome di pesce 🙂

So che hai sempre pensato che fossi nu poc’ strana e non fatta per la vita di famiglia, per una vita regolare. Tu, che avevi sempre lavorato e contato su te stessa, che avevi trovato e perso il tuo amore di una vita in pochi anni, volevi per me la felicità coniugale. Che non c’è stata, ma che, anche all’esempio  che mi hai involontariamente fornito, è stata sostituita dalla forza di andare avanti. In questo ti assomiglio tanto.

Ed ogni tanto mi sento addosso il tuo sguardo, come le volte in cui, uscendo dalla tua casa antica nel centro della città partenopea, mi voltavo dal vicolo a guardarti sul balcone mentre mi salutavi e dicevi invariabilmente: “Statt’accorta, guagliona“, stai attenta, ragazza, come quando ero ragazzina e andavo al liceo lì vicino.

Te ne sei andata a 92 anni,  quasi senza rumore. E se di te ricordo tutto, anche le ultime immagini, mi piace rammentarti serena, come quando ero adolescente e guardavamo insieme la tv di pomeriggio mentre io facevo i compiti. Allora pensavo che fossero giornate piatte, che dovevo trascorrere a  tradurre interminabili versioni di greco e latino senza poter uscire con gli amici, ora invece penso di aver goduto  di un dono prezioso e inestimabile, il tuo amore, silenzioso e senza enfasi, ma pieno di significato, i tuoi capelli tinti talvolta di una incantevole  sfumatura turchina per nascondere il bianco.

Grazie, nonna Caterina, dovunque tu sia, e buon compleanno. 

E dovunque sia, sei anche nel mio cuore. E in quello delle mie sorelle.

c’era una finestra così…

 

K. e lo yoga della risata

Mia sorella Katerina è leader dello yoga della risata e qualche tempo fa mi ha voluto “trascinare” in una sessione di questa nuova ed emergente disciplina.

Lo Yoga della Risata (Hasyayoga), è una forma di yoga che fa uso della risata autoindotta.

La risata è un fenomeno naturale, e non necessariamente implica la comicità o la commedia. Da un’idea del medico indiano di Mumbay, il dottor Madan Kataria, ha avuto origine il primo Club della Risata, in un parco pubblico, il 13 marzo 1995, con un minuscolo gruppo di membri attivi. Oggi si contano oltre 6000 Club in 60 paesi circa che fanno di questa forma di yoga un fenomeno di portata mondiale.

Le sessioni di Yoga della Risata iniziano con semplici esercizi di riscaldamento, che comprendono stretching, vocalizzazioni, battito delle mani e movimenti del corpo. Tutto ciò aiuta a far cadere le inibizioni e a sviluppare sentimenti di giocosità. Gli esercizi di respirazione si usano per preparare i polmoni alla risata; sono poi seguiti da una serie di “esercizi di risate”, che combinano elementi di teatro (azione sostenuta da tecniche di visualizzazione) con la giocosità.

Questi esercizi, quando si combinano con le dinamiche di gruppo, portano a una risata incondizionata, prolungata e sostenuta. Gli esercizi di risate sono intervallati dagli esercizi di respirazione. Venti minuti di risate sono sufficienti per sviluppare benefici fisiologici importanti.Aumento delle endorfine in circolazione, stabilizzazione della pressione, senso di serenità generale.

I risultati su di me? Beh, vi dico che all’inizio sarebbe stato più facile chiedermi di spogliarmi in pubblico. Ridere davanti a sconosciuti e all’inizio senza motivo è peggio che togliersi un indumento, siamo più abituati a questo che alla risata. Paura del ridicolo, paura di relazionarsi ci ostacolano nel liberarci dalle emozioni…ma poi…

Poi, contagiata dalle ondate di risate collettive, mi sono lasciata andare. Non senza ammirare orgogliosamente la bravura della mia “sorellina” e dell’allegria contagiosa che è riuscita a creare intorno a sè. E con gioia mi sono abbandonata ad una risata allegra, gioiosa, spensierata..hahaha hohoho, come si dice nella specialità indiana 🙂

 

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Maggio, mese delle rose

Era il mese delle rose, e la bimba seguiva  sua nonna in chiesa tutte le sere.

Nella penombra profumata d’incenso e di petali di rosa

lei si sfilava le scarpe senza far rumore

e in breve dimenticava di essere lì.

 

Da bambina  sognava il futuro,

cercando di dimenticare un po’ il presente,

la mamma ammalata e lontana, la paura del buio,

facendo sogni d’amore e di speranza.

 

E’ il mese delle rose, e l’ adulta ricorda quei giorni con nostalgia,

il profumo delle rose è così vivido nella memoria come allora,

che se ci pensa le sembra ancora di sentirlo forte come un tempo.

 

Non è più bambina e nel corso del tempo

ha dovuto dire addio a tante persone,

la mamma, la nonna, il papà, la sua amica del cuore,

ha ancora paura del buio quando resta sola a casa,

ma appena può, si toglie le scarpe 

e ancora  sogna d’amore e di speranza, 

lei una rosa tra le altre…