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Un certain regard sur Paris

13 Dic

Sono stata di recente a Parigi con mia figlia e ne sono ritornata affascinata.

Non era la prima volta, e proprio per questo motivo abbiamo potuto permetterci di “perderci” nella Ville Lumiere, dedicando il tempo a camminare, ad usare il bus anzichè il metrò, a guardare, scrutare, ammirare ogni centimetro della bellezza di questa meravigliosa città.

L’escursione più lunga è stata quella di Versailles che non avevo mai visitato. La reggia e il parco sono davvero bellissimi, e meritano un giro approfondito come quello che abbiamo loro dedicato. La galleria degli specchi, che vedete sotto raffigurata, è incantevole, come tutti i pezzi d’arte che sono conservati nel castello.

E’ bello notare durante la visita che quello che poteva essere stato un sopruso verso le popolazioni – la dimora regia,  monumento dell’assolutismo,  costruita con il denaro erariale tolto anche ai poveri e ai derelitti – è diventato con il tempo un museo storico del popolo francese: molte le sale dedicate alla rivoluzione del 1789, a Napoleone e al periodo imperiale, fino alla repubblica. 

Ma più di tutto mi piace ricordare l’aria di Parigi, frizzantina e non fredda – ma pare che siamo state fortunate, perchè la settimana prima c’era stato gelo artico – le piccole strade non famose ma colorate, come Rue Cremieux vicino al nostro hotel alla Gare de Lyon, il fascino del Louvre, della Tour Eiffel, di Notre Dame, il montblanc da Angelina, la visita a Saint Sulplice che per me è un luogo del cuore, ormai, e lo splendore delle notti parigine in cui le stelle sembrano brillare più vivide…oh, oui, et voila je l’aime…

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A Gaetano, nel giorno del suo onomastico

7 Ago

Strano pensare come le cose e le abitudini cambino a seconda delle persone che abbiamo intorno e che soprattutto amiamo.

Fino a 15 anni fa, le vacanze di agosto non erano mai un periodo intero, ma spezzato.

Perché il 7 agosto si festeggiava l’onomastico di Gaetano, mio padre, e senza che lui lo avesse preteso, né che noi  figlie avessimo programmato qualcosa, era ovvio andare a Napoli o alla vecchia casa al mare ai confini tra Lazio e Campania a salutare il patriarca della famiglia che, fedele alle sue origini napoletane, teneva molto più all’onomastico che al compleanno.

Erano giorni di serenità, in cui tornavo ad essere la bambina di un tempo con la consapevolezza di essere anche cresciuta e di avere tante potenzialità da coltivare, da sviluppare. Lui, il mio babbo, come gli piaceva essere chiamato, riponeva tante speranze in me. Con occhi tristi ma senza dire nulla guardava alle rovine di quello che all’epoca era il mio matrimonio, ma io fingevo di non capire il suo sguardo muto.

Anche lui, qualche anno dopo, si risposò, e neppure questo matrimonio fu felice., purtroppo, in più si ammalò gravemente e ci lasciò.

Per la mia bambina e i nipotini nati dalle mie sorelle aveva parole di sorpresa e sembrava un altro. Lui, che era burbero e asciutto, con loro si faceva dolce e giocoso.

Si tornava a parlare, a chiacchierare dei suoi quadri, dei suoi progetti per la casa, dei vicini del villino al mare che ne combinavano sempre qualcuna. Pochi giorni e poi si ripartiva, magari qualcuna di noi tre sorelle restava ancora nella casa al mare con la propria famiglia.

Ed ogni volta c’erano sorrisi nel lasciarsi, ma era difficile dirsi arrivederci.

Ed in effetti lo è ancora, perchè il 7 di agosto immancabilmente mi ricordo sempre  del suo onomastico e soffio al vento un Auguri papà.

Dovunque tu sia, so che sei vicino a me. Perché ancora ho bisogno di te.

 

 

Addio, mia amica: a Patrizia un anno dopo

9 Feb

Dopo i fiori piantati
quelli raccolti
quelli regalati
quelli appassiti

Ho deciso
di perdermi nel mondo
anche se sprofondo
lascio che le cose
mi portino altrove
non importa dove
non importa dove

Morgan, “Altrove”

E questo, Patrizia, giuro che è l’ultimo post o articolo che scriverò su di te.

E’ trascorso un anno da quando, arresosi il corpo a quella terribile malattia che ti aveva colpito, te ne sei andata.

Hai lasciato tuo marito e i tuoi due ragazzi, uno poco più che adolescente, coetaneo di mia figlia, l’altro ancora ragazzino.

Hai lasciato i tuoi genitori, i tuoi fratelli, le cognate, i nipoti, le persone che ti amavano,ed erano, e sono tante, lo dice il numero di accessi quotidiani al gruppo creato su FB per ricordarti.

Hai lasciato le tue amiche, e tra queste c’ero anche io, che ti ho sempre considerata come una sorella, più che una amica, e sapevo che ero ricambiata.

E’ stato un anno duro, provare a vivere, andare avanti senza di te. Senza la telefonata del sabato mattina, in cui combinavamo il nostro incontro settimanale. Senza le tue parole di conforto o di consiglio, senza le risate che ci facevamo su piccole cose, anche senza importanza. Come perdere un arto, un organo. Tal è il dolore dell’assenza.

Più duro è stato quest’anno per i tuoi familiari.

Ed io ho scelto di continuare con loro quel dialogo di amicizia che c’era già in nuce per non spezzare il nostro legame. Sapevo che tu avresti voluto così. E mi conforta trovare tanto di te a casa tua, quando ritorno lì.

Nello sguardo senza parole di tua madre anziana ho rivisto i tuoi occhi, in quelle rughe scavate l’aspetto che forse avremmo avuto insieme tra qualche anno. Nei discorsi con tuo marito e tua sorella  ho ritrovato parte del tuo spirito, e tanti ricordi. Nel sorriso dei tuoi figli c’è la speranza del domani, il senso per tutti noi del dover andare avanti, senza dimenticare il passato.

Se tornassi da quel luogo incerto, mi chiederesti: come stai? Come sto? E’ stato un anno difficile e lungo, ma alla fine mi sono ritrovata. Ne saresti contenta, ne sono sicura, e sorrideresti del tuo sorriso dolce.

Ecco, io non ti dimenticherò mai, questo è certo. Di tanto in tanto verrò ancora a portare i fiori nel cimitero di collina in cui dicono riposi il tuo corpo esausto. Ma lo sai che resto poco, lì, il tempo di lanciare un bacio, di dare un saluto alla tua foto, di disporre i fiori disordinatamente, come sono io, e sorridere pensando a tua madre che sicuramente si spazientirà un po’ a vedere compromessa la complicata architettura floreale che in questi mesi ha prontamente elaborato, garantendo una perenne fioritura sulla tua tomba.

In effetti, non è in quella terra di cipressi ed ombre che penso a te, tutt’altro. Ti sento con me tutti i giorni, vicina come non fossi tu lontana. Sei nell’aria, nel cielo, nel candore di quella neve che, come un anno fa quando te ne andasti, si ostina a tornare in questi giorni sulle nostre colline solitamente  verdi di olivi e di prati.

Sei nei pensieri, negli occhi di chi ti ha voluto bene e non ti dimentica.

Si, come  in quella canzone di Morgan, il tuo, il nostro cantante preferito, “sei andata Altrove”. Ma questo Altrove non è così lontano da noi, è solo che con gli occhi non si vede, ma con la mente forse c’è una finestra che ci permette di restare connessi.

Forse è la via del cuore, forse è l’Anima del mondo, non so, ma posso dire che mai morirai nel cuore di chi ti ha amato.

“Hai il cuore pulito

come appena nevicato

ma caldo e forte…”

Eugenio Finardi, Patrizia

Il post che le ho dedicato 1 anno fa :

https://anangelinthecity.wordpress.com/2012/02/13/patrizia-altrove/

Buon Natale

21 Dic

C’è un posto nel cuore in cui le emozioni, gli affetti, i dolci pensieri, le speranze,

diventano dolce memoria quando si pensa al Natale.

 

Rammento per esempio con un sorriso i Natali di qualche anno fa, quando mia figlia era piccola

e ci riunivamo con la famiglia delle mie due sorelle, una convinta induista, l’altra convinta neocatecumena (ed io, tra di loro , la più…”normale” 🙂 )

Così, mentre mia figlia aspettava Babbo Natale, gli altri nipotini, rigorosamente vegetariani,  cantavano a Buddha, Sai Baba o qualche altr0  avatar orientale,

e gli altri ancora attendevano i doni portati dal Bambino Gesù. Ma la trepidazione era la stessa, i giochi erano sempre molto vivaci,

anzi, la mia Alice coinvolgeva sempre i cugini nel tentativo di tendere trappole a Babbo Natale e pizzicarlo in flagrante.

Chissà perchè, dormivano sempre come sassi, tutti e sei i pargoli, alla fine 🙂

Ed anche quest’anno Natale sarà ritrovarci insieme, la gioia più bella.

Che si attenda la nascita di un Bambinello, nato povero in una capanna,

che si celebri la nascita di una Nuova Era governata dall’amore,

nulla cambia.

E voglio dedicare un pensiero speciale per questo Natale ai miei “studenti” , gli immigrati del corso di italiano che tengo ogni lunedì sera.

Di religione diversa dalla nostra, vengono tuttavia da paesi lontani, alla ricerca di una capanna in cui far nascere il loro sogno di speranza.

Che la stella brilli alta in cielo per voi, amici miei.

E anche per tutti voi che mi leggete, amici di blog.

Buon Natale di cuore, dal vostro Angelo.

 

Per commemorare la mia amica P. ad un mese dalla sua scomparsa

13 Mar

Addio, mia amica,
dolce pensiero amato
perduto nella morte,

un giorno anch’io dovrò tornare
a quel tragitto già calcato
che ogni vita deve intraprendere
per rinascere veramente.

Sii libera di andare, cara vagabonda:
sai che nel mio cuore
sarai sempre custodita come un tesoro,
amato bene,
pur così lontana.

Si, un momento

11 Feb

Sì, un momento
passi ancora
per il mio vago pensiero,
e ricordarti sarebbe tormento
se immaginare fosse disgrazia.

Sì, in quell’ora
in cui parlammo più guardando
che parlando,
derivò questa cronica esitazione
che ora ho nel ricordarti.

Apparisti
nella mia vita
come una cosa che era alla porta.
Sparisti.
Più tardi seppi del tuo eclissarti.
Tuttavia, tuttavia,
riuscisti
a prendermi un po’ il cuore.

È un cuore triste ora
e non
si intende con tutto
né ha modi
per farsi amare
o per immaginarlo.
Salvo quando
il tuo sguardo
ostinatamente dolce
mi faceva saltare
il cuore in petto.

Ove andavo io?
Già lo scordavo.
Sì, il mio cuore fu tuo
in quel giorno o in un altro…

Neanche vi fosse altra terra o cielo
qualcosa sarebbe accaduto.

Fernando Pessoa

Una strada da qui al mare

19 Nov

Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se,
per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi.
E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume
– immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio.

Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita.
E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente,
si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare.
Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente umano.
Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno.
Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio,
in questa terra che non vuole parlare.
Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.

Alessandro Baricco, Oceano mare

A Pa’

1 Nov
 
Non mi ricordo se c’era  luna,
e nè che occhi aveva il ragazzo,
ma mi ricordo quel sapore in gola
e l’odore del mare come uno schiaffo. A Pà.
 

A Pa’ per ricordare il poeta inquieto, lo scrittore delle periferie, il regista neorealista, l’intellettuale profetico e per tanti versi ancora attuale. Pier Paolo Pasolini, la cui morte non è mai stata definitivamente chiarita,  ha ancora tanto da insegnarci, anche se Pietralata, non lontana da casa mia,  non è più una borgata e l’Acqua Bullicante adesso è un luogo di supermercati e centri fitness, ma ragazzi di vita siamo tutti, in senso letterale o traslato…

E c’era Roma così lontana,
e c’era Roma così vicina,
e c’era quella luce che li chiama,
come una stella mattutina. A Pà. 
 
un quadro di mio padre

A Pa’ per ricordare il mio Papà, in questi giorni di memorie dedicate a quelli che ci hanno lasciato. A te, Pa’, che hai sempre pensato che ti volessimo meno bene che alla mamma. Per la morte di lei, giovane,  siamo rimasti tutti schiacciati, quella partenza annunciata dalla sua malattia cardiaca, all’epoca incurabile, diventata poi un commiato improvviso, lacerante. Ricordo che in quell’occasione mi dicesti che avresti voluto essere tu a morire, così noi figlie avremmo sofferto meno. Ecco, Pa’, non era vero. Artista sensibile e timido, tu hai avuto l’occasione di  iniziare ad invecchiare sotto il peso di un dolore per la perdita della donna che amavi e te ne sei andato quando siamo riusciti a dirci tutto,  quelle confidenze e quelle segrete cose che rendono gli ultimi giorni della vita tristi ma anche meravigliosi. Come quando sono riuscita infine a dirti “Ti amo”, quelle due parole trattenute sempre dal tuo ritegno…dal mio timore.

E voglio vivere come i gigli nei campi,
come gli uccelli del cielo campare,
e voglio vivere come i gigli dei campi,
e sopra i gigli dei campi volare.
 

A Pa’,  per la mia amica Pa’, che in questi giorni lotta strenuamente e che è sempre nei miei pensieri: non può iniziare il nuovo ciclo di terapia per via di una strana  febbre e  di una tosse che le  toglie il respiro. Ma non sarà sempre così, Pa’, ci sono tante cose da fare, tante strade da percorrere ancora intorno alle rovine della Villa Adriana, tanti discorsi da intavolare, tanti piatti da cucinare ancora, tante risate da condividere insieme…e restarti vicina, pensarti, pregare il dio sconosciuto è quello che tanti fanno per te. forza, Pa’,

 Tutto passa, il resto va. 

A Pa’.

Un bacio a tutti dal vostro angelo

Lisbona

8 Ago

(La Baixa)

Un dedalo di strade spazzate dal vento, che, inevitabilmente, portano all’Oceano.

Profumi, sapori, aromi, note di fado nell’aria.

Questa è Lisbona.

 

(una casa del Fado)

Circondata da paesini di incredibile bellezza,

non stupisce che Hans Christian Andersen abbia tratto spunto dai suoi panorami per ambientarvi delle favole.

(Fernando Pessoa al suo caffè preferito, nel Chiado)

Città poetica e città di poeti, canta la nostalgia, l’abbandono,  la malinconia, il rimpianto.

Su tutte le voci prevale sempre quella del vento.

Lisboa, una città di cui innamorarsi, in cui perdersi.

Per ritrovarsi.

 

Ho in sogno in una tasca: Salifou il carpentiere

22 Mag

Ho un sogno in una tasca, ho un sogno in ogni toppa del mio abito e lo voglio sognare ancora una volta.


 Voi che passate lasciatemi stare: in fondo guardate solo al mio aspetto, al mio viso devastato, a  quegli stracci che coprono un corpo un tempo  bello e virile.

Ho un sogno anch’io, non lo credi anche tu, bella signora dagli occhi verdi che mi passi davanti sul marciapiede, rabbrividendo davanti a me? Ha un sogno anche il venditore di braccialetti e monili africani che a te fa paura.

Si,  sono lo straniero che spaventa, sono l’uomo nero che viene dal sud del mondo, sono il barbone informe che osserva senza fretta i passanti  che corrono verso treni che li attendono.

Il mio sogno è per metà memoria per metà regressione, tanto che spesso non riesco a ricordare se sia realtà, passato, fantasia quel che è accaduto.

So che un tempo ero Salifou il carpentiere e vivevo ai margini della bella città sul mare, Abidjan,  in Costa d’Avorio. Ero giovane e forte, almeno lo ero fino a poco tempo fa. Nel mio quartiere ero ascoltato e facevo opinione, perché non riuscivo a sopportare l’ingiustizia che mette l’uomo contro l’altro uomo, che rende i fratelli diseguali. Protestavo contro un governo disonesto e corrotto, organizzavo le manifestazioni di piazza con artigiani e studenti, coltivando la speranza di un domani diverso. Cantavamo come fossimo eterni, suonavamo reggae e hip hop per le strade. Amavo Nadja e lei non si accorgeva neppure di me.  Avevamo anche allora un sogno, e ci fu spezzato.

Prima presero Camara, che era il nostro capo, un cantante reggae, la buona musica che tutti ascoltavamo e che parlava di ritorno alle nostre radici africane. Lo uccisero mentre usciva dal letto caldo di una donna, ancora col sorriso del dopo una buona scopata. Poi uccisero Nadja, che era l’unica donna a manifestare con noi, e prima di ucciderla le fecero rimpiangere di esser nata femmina. Le brigate della morte presero a girar per le campagne cercando studenti e manifestanti.

Poi presero me, e pensai che mi avrebbero ucciso presto, ma non fu così. Mi tennero giorni e notti in un buco scavato nella terra, estraendomi fuori come un lombrico quando volevano interrogarmi. Volevano che parlassi dei miei contatti, che facessi nomi, che denunciassi gli altri. Ci sono state volte che avrei voluto farlo, ma qualcosa mi ha trattenuto dallo sputare quei nomi, forse le immagini del corpo di Nadja straziato dalle violenze, forse il pensiero che sarei presto tornato alla terra da cui tutti siamo nati.


Un giorno – non so se fosse mattina o pomeriggio – mi hanno tirato ancora fuori dal buco, mi hanno capovolto un secchio d’acqua addosso e qualcuno mi ha sussurrato : “Scappa”. Ho corso senza forze, senza fiato,  con tanto dolore al viso, senza sapere dove andassi, poi ho riconosciuto un villaggio vicino casa mia, in cui abitavano dei cugini. Mi hanno soccorso, mi hanno spiegato che mio padre aveva venduto il suo podere ai miei aguzzini e che aveva comprato non solo la mia libertà ma anche un passaporto falso e un biglietto per la Francia.

Senza poter neppure salutare la famiglia, due giorni dopo ero a Parigi,  dove contattavo dei connazionali che mi dicevano  subito di allontanarmi ancora da questo paese, perché presto gli squadroni della morte mi avrebbero trovato anche qui. Ho preso ancora un treno con gli ultimi soldi rimastimi, e sono arrivato in Italia. Ho chiesto asilo politico e da allora vivo in attesa della risposta,  in un hotel demolito sul lido del mare, tra alghe in decomposizione e rumore delle onde.


Eccomi qui, belle signore che passeggiate per il Corso o che correte alla stazione, eccomi qui, uomo arrivato che hai paura dell’uomo nero, del barbone, del povero, del mendicante, dell’immigrato. Sono un rifugiato, eppure ho un sogno per ognuno dei tagli che mi fecero sul viso, le cui cicatrici vi turbano. Ho un sogno per ognuno degli strappi del mio abito liso, per ciascuna delle ferite e del dolore che porto dentro.

Libertà si chiama il mio sogno, ed è un sogno che ha fame di giustizia, patria, democrazia.

Salifou il carpentiere vende sogni.

 

© Harielle Rosy De Luca (da una storia vera, purtroppo)  All rights reserved

Racconto vincitore della 5a Rassegna Interculturale di Teatro di Narrazione – Roma

L’opera sarà rappresentata, insieme alle altre opere selezionate,

il 27 maggio alle 21 presso il Piccolo Teatro dell’Assurdo di Roma

http://www.lartemusa.it/pagina_evento.php?id=290

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