Le rose che non colsi

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…Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state…
Vedo la casa; ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia…
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa’ che io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò: rifiorirà nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia… 

Guido Gozzano

Ho sempre avuto una preferenza per i poeti crepuscolari, fin da quando ero una liceale, e Gozzano, con i suoi versi venati di malinconia e di rinuncia, mi ha sempre trasmesso uno struggente senso di tenerezza. Una vita, la sua, come quella del più giovane e ancor più sfortunato poeta crepuscolare Sergio Corazzini, segnata dalla malattia e dalla sensazione della inevitabile brevità del tempo. Morì di tisi a soli 32 anni, nel 1916.

I versi che ho riportato in apertura appartengono alla famosa  lirica “Cocotte”,in cui l’autore rievoca il ricordo fugace di un incontro estivo con la vicina di casa in villeggiatura, una bella donna dalla reputazione equivoca, definita dalla madre del poeta “una cocotte”. L’episodio del lieve e casto bacio tra il piccolo Guido e la “cattiva signorina” ispira il poeta diventato uomo, che, anche alludendo alla complicata relazione tra lui e Amalia Guglielminetti, evoca il sogno, l’attimo non carpito, l’occasione perduta e rimpianta, o mai colta nel suo divenire.

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I versi centrali : “non amo che le rose che non colsi” sono di una bellezza sublime. Ognuno di noi si è posto questo dubbio, quanto meno non appena raggiunta la maturità: il senso della tesi e dell’antitesi nello svolgersi degli eventi, la transitorietà della felicità e delle “sliding doors” del destino sono tutte nell’attimo che scorre e  che può cambiare la vita, al punto che il cambiamento fa anche tanta paura, tanto da ispirare a Gozzano questa affermazione: 

Io provo una soddisfazione speciale

                                                       quando rifiuto qualche bella felicità

                                                                   che m’offre il Destino.

E noi, che siamo cresciuti con questi versi  in mente e che ci siamo crogiolati al loro suono durante la prima giovinezza? Siamo poi diventati adulti, abbiamo colto le nostre rose, abbiamo effettuato le nostre scelte o le nostre rinunce, quasi sempre con consapevolezza e talvolta con dolore. Forse, se la vita gli avesse concesso più tempo,il giovane avvocato piemontese si sarebbe pacificato con i suoi demoni,avrebbe vissuto la sua storia d’amore, avrebbe scritto altre poesie.

Restano i suoi versi malinconici ed eleganti a descrivere “la menzogna dolce” della letteratura, la musa che ci ammalia e che ci fa sognare. Ancora, in quel breve interludio tra realtà e fantasia di cui avvertiamo un lieve aroma di rosa.

                                                                                    

dipinti di Gregory Frank Harris – Tra le rose  e di    Pierre-Auguste Renoir

 

 

 

 

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La mia esperienza nella giuria di un premio letterario

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E’ da un po’ che non scrivo nel blog, un po’ perchè per gli insegnanti il periodo tra maggio e giugno è densissimo di impegni, un po’ perchè sono stata molto occupata nel ruolo di presidente della giuria del premio letterario “Liberi”, indetto dalla mia associazione culturale “Libernauti” di Villa Adriana, in quel di Tivoli.

I Libernauti condividono la passione per i libri, e partendo dalla condivisione di esperienze di lettura personali, “navigano” insieme e liberamente nel mondo … della cultura e del comunicare. Da ormai 4 anni ci incontriamo a Villa Adriana,  frazione di Tivoli in cui è sita la famosa Villa di Adriano, località archeologica protetta dall’Unesco e casa dell’imperatore romano di origine ispanica che volle circondarsi di tutte le bellezze che aveva incontrato nel corso dei suoi viaggi e riunirle nella sua aurea domus nella valle dell’Aniene.

Il concorso è  stato aperto a tutti e si  è articolato in due sezioni:
– A) Poesia inedita in lingua italiana o dialetto a tema libero – B) Immagini e parole a tema libero
Consiste nell’associazione di un’immagine inedita (fotografia, pittura, disegno, clip ecc.) e di un insieme di parole (una frase, una poesia, un aforisma, un proverbio ecc.). 

E, ultimata la fase di raccolta, è iniziato da gennaio il lavoro dell’organizzazione e delle giurie. Due giurie tenute all’oscuro dei nomi dei partecipanti fino alla fase ultima, in cui è avvenuta la “rivelazione” del mistero dei nomi associati alle vostre creazioni. Un lavoro di squadra in cui ogni valutazione è stata espressa con serenità ed equilibrio. Abbiamo ricevuto poesie e immagini da tutta Italia e da tutte le età, tra i vincitori della sezione “Immagini e parole” ci sono state due ragazze di 17 anni.

E ieri, nella cornice suggestiva di un’altra delle Ville di Tivoli, Villa Gregoriana, immortalata dalle pagine di Goethe durante il Grand Tour, con il patrocinio del FAI, si è svolta la premiazione. La poesia vincitrice è intitolata Ophelia ed è ispirata al personaggio shakesperiano dell’Amleto. L’immagine vincitrice è invece quella che vedete qui sotto, e tratta in modo efficace e sintetico il tema scottante dell’immigrazione.

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 (Immigrazione – di Maurizio Maraldi da Forlimpopoli, primo premio Concorso Liberi Immagini e parole Tivoli 2014)

Nel prossimo post vi proporrò le poesie finaliste e vincitrici, non appena otterrò il consenso degli autori. 

E’ stata una bella esperienza, la mia, per la prima volta dall’altra parte di una giuria letterario – artistica, presidente e parte pulsante di una organizzazione ben orchestrata. Abbiamo discusso, valutato, inviato infinità di mail e di messaggi per tutte le volte che eravamo indecisi o che propendevamo per un’immagine o un’altra, per una poesia o un’altra. E’ stato soprattutto bello “entrare” nella mente e nell’intuizione creativa degli autori, partecipare, anche se di riflesso, al loro mondo.

Poesie, immagini, sensazioni, pensieri, emozioni, vibrazioni…in ultima sintesi, la vita, come frammento di un discorso amoroso. come dice  Roland Barthes in due citazioni che si adattano alla nostra competizione letteraria:

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 (L’amore e le sue stagioni, Mara Scipioni, 2° premio Immagini e parole Concorso Liberi

Tivoli 2014)

La letteratura non permette di camminare ma permette di respirare.

Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più a ripetersi esistenzialmente.

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 (La chiave, Cosmina Dobrea, 3° premio Immagini e parole Concorso Liberi

Tivoli 2014)

 

Per la giornata della Terra

Da tempo sono convinta che siamo un unico complesso vivente, un grande giardino di piante e di animali, in cui la Terra è un organismo che ci ospita e che ci nutre. Gli indios la chiamano la Pachamama. La Pachamama è la madre di tutte le creature viventi, è nostra madre, noi siamo suoi figli; dobbiamo amarla, volerle bene, rispettarla. Perciò dobbiamo conoscerla e ascoltarne la voce. E ringraziarla.

Sono la Terra:

suolo di rocce e di cristalli,

brezza che forgia le colline,

immensi oscuri oceani,

pioggia che stilla

gocce d’argento dal suolo alle fonti

per calmar la tua sete.

 

Sono la cima che ti sfida con le sue fiere vette

e che ti rende dolce il ritornare a casa,

sono il mare rigonfio d’onde

 e di quesiti senza risposta.

 

Sono la Terra,

 la notte delle veglie sensuali e dei neonati affamati,

lo stupore dell’aurora rosata,

 il vento iemale delle fredde stagioni,

la foga della tempesta e del ciclone.

 

Sono la Madre di cui invochi il nome

cercandolo nelle memorie di una trama antica:

una donna di rara bellezza

generata da un mare sapiente,

un bambino dall’amore illimitato

venuto a salvare il mondo,

un uomo dall’anima grande

che parla di pace,

 

tutti  sulle mie sponde nati

e al grembo ritornati

dopo un giro di danza nei giardini,

cercando di squarciare il velo

che tace il segreto, oltrepassando la soglia del sogno: 

io sono la Terra.

 

 HARIELLE 

 poesia prima classificata al concorso letterario

“Sempre Caro” 2010 di Recanati

sezione tema ecologico

dipinti di Frida Khalo dalla mostra di Roma attualmente alle Scuderie del Quirinale

Terrazza sul Pincio

Una poesia che mi colpisce sempre, ogni volta che la leggo, e che dedico alla bellezza della mia città di adozione, Roma, e alla bellezza del Pincio, che tutte le volte che lo percorro mi fa pensare ai libri, ai versi dei tanti autori e pittori che lo hanno immortalato…

Dai viali, a fiotti, corre sullo spiazzo
una fragranza amara d’oleandri.
Roma, immensa, s’abbuia a poco a poco,
sfiorata di rintocchi. Non un volto,
né una voce, né un gesto afferro intorno:

solo l’anima tua, solo il mio amore,
sbiancato dalla tua purezza. In breve,
nel cielo smorto di sfrenata attesa,
proromperà un rimescolio di stelle.

Versi di Antonia Pozzi, Roma, 27 luglio 1929

dipinto di Ippolito Caffi – foto di Carlo Magni

A Gaetano, nel giorno del suo onomastico

Strano pensare come le cose e le abitudini cambino a seconda delle persone che abbiamo intorno e che soprattutto amiamo.

Fino a 15 anni fa, le vacanze di agosto non erano mai un periodo intero, ma spezzato.

Perché il 7 agosto si festeggiava l’onomastico di Gaetano, mio padre, e senza che lui lo avesse preteso, né che noi  figlie avessimo programmato qualcosa, era ovvio andare a Napoli o alla vecchia casa al mare ai confini tra Lazio e Campania a salutare il patriarca della famiglia che, fedele alle sue origini napoletane, teneva molto più all’onomastico che al compleanno.

Erano giorni di serenità, in cui tornavo ad essere la bambina di un tempo con la consapevolezza di essere anche cresciuta e di avere tante potenzialità da coltivare, da sviluppare. Lui, il mio babbo, come gli piaceva essere chiamato, riponeva tante speranze in me. Con occhi tristi ma senza dire nulla guardava alle rovine di quello che all’epoca era il mio matrimonio, ma io fingevo di non capire il suo sguardo muto.

Anche lui, qualche anno dopo, si risposò, e neppure questo matrimonio fu felice., purtroppo, in più si ammalò gravemente e ci lasciò.

Per la mia bambina e i nipotini nati dalle mie sorelle aveva parole di sorpresa e sembrava un altro. Lui, che era burbero e asciutto, con loro si faceva dolce e giocoso.

Si tornava a parlare, a chiacchierare dei suoi quadri, dei suoi progetti per la casa, dei vicini del villino al mare che ne combinavano sempre qualcuna. Pochi giorni e poi si ripartiva, magari qualcuna di noi tre sorelle restava ancora nella casa al mare con la propria famiglia.

Ed ogni volta c’erano sorrisi nel lasciarsi, ma era difficile dirsi arrivederci.

Ed in effetti lo è ancora, perchè il 7 di agosto immancabilmente mi ricordo sempre  del suo onomastico e soffio al vento un Auguri papà.

Dovunque tu sia, so che sei vicino a me. Perché ancora ho bisogno di te.

 

 

Torna, caro ideale

Quanto bisogno abbiamo dell’ideale, del concetto astratto

di ciò che è buono e giusto?

Perchè l’essere umano ritorna  ricorrentemente al Mondo delle Idee platoniano

e al mito della caverna, specie quando la realtà non lo soddisfa?

Abbiamo davvero dentro di noi una impronta dell’archetipo, del modello originario

del Bello e del Buono e l’abbiamo persa?

E l’amore che inseguiamo da una vita,è forse anch’esso una proiezione di quella pura  bellezza intravista nel mondo delle Idee?

Quanti interrogativi si affacciano mentre ascolto questa versione rivisitata

da Mina di una romanza di Tosti.

Torna, caro ideale, torna.

Io ti seguii come iride di pace
Lungo le vie del cielo;
Io ti seguii come un’amica face
de la notte nel velo.

E ti sentii ne la luce, ne l’aria,
nel profumo dei fiori;
e fu piena la stanza solitaria di te,
dei tuoi splendori.

In te rapita, al suon de la tua voce
Lungamente sognai,
e de la terra ogni affanno, ogni croce
in quel sogno scordai.

Torna, caro ideal,

torna un istante

a sorridermi ancora,
e a me risplenderà nel tuo sembiante
una novella aurora.
una novella aurora.

Torna, caro ideal, torna, torna!

ROMANZA DI F. TOSTI

quadro attribuito a Piero della Francesca, La città ideale,  dipinto tra 1480 e il 1490

e conservato nella Galleria Nazionale di Urbino