Villa d’Este: un giorno di scuola speciale

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La Villa d’Este di Tivoli è un capolavoro del Rinascimento italiano e figura nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Ho la fortuna di vivere e lavorare in questa cittadina d’arte, che oltre a questo monumento,ospita altre due bellezze artistiche: la Villa di Adriano,anch’essa patrocinata dall’UNESCO,  e la Villa Gregoriana,finanziata dal FAI.

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Nel post precedente avevo parlato della mia classe “speciale”, un piccolo gruppo di ragazzi dai 15 ai 17 anni, una classe che piano piano si è impoverita di elementi, perché ha fama di essere terribile e alcuni genitori hanno chiesto per i propri figli il cambio di sezione al dirigente scolastico. Diciamo che l’inizio dell’anno scolastico è stato di impatto: tutti urlavano, non stavano attenti, si rivolgevano agli insegnanti con il “tu”, non rispettavano nessuna regola, insomma. Gli insegnanti che dovevano sostituire anche per una sola ora  i colleghi assenti per un giorno,  rifiutano la supplenza. Eppure….c’era, c’è qualcosa in questi ragazzi che spingeva noi, il gruppo di insegnanti a loro assegnati, ad andare avanti. Così abbiamo deciso di portarli in giro per lezioni vive, piuttosto che chiuderli in classe. E ieri li ho accompagnati al nostro salotto buono, Villa d’Este. Una giornata di pioggia, anzi di diluvio, eppure ci siamo divertiti tantissimo insieme.  L’intuizione che avevamo avuto era giusta;questi ragazzi, che psicologi e docenti etichettano con sigle diverse, ADHD,  DSA,  BES,  con deficit di attenzione, divario socio-culturale ed altri, hanno bisogno di essere ascoltati, prima di tutto. E intendo dire che hanno bisogno di essere sentiti prima di  pretendere da loro di ascoltare passivamente delle lezioni frontali.

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E così, mentre A. sciamava allegramente per la Villa facendo il cavallo impazzito e rischiando di scivolare, ho scoperto il talento di S. per la fotografia, le foto che vedete sono sue, e sono veramente bellissime. l. è un’atleta a livello nazionale ma si stressa perché non riesce a compensare l’impegno fisico con quello scolastico, mentre R. ha il papà malato di tumore che ha perso il lavoro per potersi curare. Il più vivace di tutti è G., che fermava tutti i turisti, soprattutto un gruppo di canadesi che girava in calzoncini corti, per socializzare e battere il cinque.

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Eppure,in compagnia di questi adolescenti, abbiamo ritrovato il valore del gruppo e del piacere di fare lezione dal vivo. Si sono soffermati dapprima con fastidio, poi con interesse, ad ammirare gli appartamenti affrescati , poi quando è spiovuto un po’ abbiamo ascoltato insieme la fontana dell’organo, azionata dal fiume Aniene, attraverso un meccanismo antico recentemente restaurato. Infine siamo scesi alle famose fontane con cascate e  via per il corridoio delle 99 cannelle, fino a risalire nuovamente all’appartamento.

lrm_export_20161125_154745 E, dopo una lezione bagnata ma fortunata, ci siamo salutati un po’ raffreddati, ma soddisfatti. Villa d’Este è un capolavoro, ma sono certa che a fine anno lo saranno anche i miei piccoli  adolescenti 12 alunni 🙂

Per ulteriori informazioni sulla Villa, ecco qui il  link, e se capitate da queste parti, vi farò volentieri da guida 😀

Il vostro angelo Harielle, insegnante felice

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Quando eravamo ritals e macarunì, esperienze migratorie rimosse o dimenticate

La brava ed entusiasta collega Tiziana che dirige il giornalino scolastico del mio Istituto mi ha chiesto un articolo sulle migrazioni, e mentre lo scrivevo, mi è venuta in mente la figura di mio nonno, migrante nato in Brasile e tornato a Napoli, la mia città d’origine. Ve lo posto qui, trascritto, ma se volete dare un’occhiata al giornalino di scuola, vi lascio anche il link 🙂  E soprattutto mi viene da riflettere a quanto siano simili le nostre memorie storiche di migranti, confrontate con quelli che ogni giorno attraversano i confini e trovano muri…..

 

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Sono la nipote di un emigrante italiano. Mio nonno nacque in Brasile, a Manaus, città nella quale anni prima si erano tra- sferiti i suoi genitori che non trovarono lì né ricchezza né fama. Tornato a Napoli, sua città natale, negli anni ‘50 mio nonno diventò il presidente di una compagnia navale di emigrazione, la Colombo, che organizzava le rotte degli emigranti verso il nord e il sud America. Era molto premuroso e solidale con chi affrontava il grande viaggio verso l’ignoto: nelle sue memorie di emigrante restavano i ricordi del duro lavoro nelle pampas dal clima insalubre , i richiami continui e sgarbati del capomastro, le malattie, il vitto scadente, i pochi soldi per sbarcare il luna-rio, la nostalgia di casa.
Pagina del passato recente, l’emigrazione è stata un passo obbligato per molti italiani, non solo del Sud , ma anche di quelli del Nord, con un grande flusso di popolazioni frontaliere, specialmente provenienti dal Piemonte, dalla Liguria, dal Friuli e dal Lazio. Oggi le persone di origine italiana rappresentano il dieci per cento della popolazione francese, il 21 per cento di quella Argentina e circa il 5 per cento di quella statunitense.

Le cause della grande migrazione italiana erano costituite in parte da “push factors” ed in parte da “pull factors” Tra i primi, come fattori di respingimento annoveriamo sicuramente le  precarie  condizioni economiche in cui larga parte della popolazione versava, ma anche, specialmente per i giovani maschi, il fenomeno della coscrizione obbligatoria, cui cercavano di sottrarsi, che spesso obbligava a condur- re una vita clandestina e sovente sfociava nel brigantaggio.

Tra i “push factors”, fattori di attrazione, andavano considerati la speranza di arricchirsi e l’idea di diventare cittadini di un grande paese costituito completamente da immigranti. Nel periodo del fascismo, inoltre, molti tra gli immigrati erano antifascisti perseguitati dal regime o dissidenti che decisero di trasferirsi in America anziché essere perseguitati in una patria divenuta inospitale.

Anche per molti migranti proveniente della nostra cittadina di Tivoli la Francia è stata la destinazione più frequente.

L’emigrazione verso la Francia del Sud e centrale, sino ad arrivare alla capitale e, ancora più al nord industrializzato si concretizzò con un lusso in crescente aumento a partire dalla fine del 1800 sino alla seconda metà del ’90. In Francia gli italiani – specialmente quelli provenienti dall’alta Italia – sono andati a lavorare molto spesso come “sans papier”, operai clandestini nelle fabbriche o nelle miniere. La condizione di clandestino era spesso dettata dall’alto costo che era richiesto per avere tutti i documenti necessari per la regolarizzazione. In più, l’elevato tasso di analfabetismo e la scarsa pratica con uici e richieste burocratiche favorivano il clandestinismo lavorativo. Per lavorare regolarmente, occorreva una “carte de travaille”, che doveva essere approvata dal consolato italiano nelle città francesi di destinazione e successivamente inoltrata alla sottoprefettura territoriale competente. Per passare la frontiera, era sufficiente il regolare passaporto, ma senza la carta lavorativa era diicile ottenere un lavoro regolarmente retribuito. Molti lavoratori si recavano in Francia per lavorare come stagionali, attratti dalle paghe più alte di quelle praticate in Italia. Spesso lasciava- no una famiglia che doveva sobbarcarsi il lavoro dei campi al posto dei suoi mem- bri partiti in cerca di fortuna.

I francesi erano soliti chiamare gli italiani “macarunì” per la loro abitudine di man- giare i maccheroni, per controparte gli italiani chiamavano i francesi “pomiditè” storpiando il nome con cui si chiamano le patate in francese ovvero pommes de terre, pietanza di cui erano soliti cibarsi i francesi.

Gli immigrati italiani erano anche chiamati Rital (al plurale ritals), un termine dell’argot popolare francese che indica una persona italiana o di origini italiane, con connotazione peggiorativa e ingiuriosa. Le condizioni di vita erano spesso penose, al punto che era una diceria comune tra i francesi che gli italiani, venuti per costruire le ville altrui, fossero costretti ad occupare alloggi insalubri nelle bidonville o nei quartieri più degradati delle città.

La maggior parte non possedeva specializzazioni professionali e dunque poteva esercitare qualunque attività manuale (sterratori, scaricatori, manovali, lavoratori agricoli stagionali, metallurgici nei cantieri navali….). Tanti finirono per impiegarsi, regolarmente o no, nell’industria 

Ma tanti italiani emigravano verso le Americhe. Ellis Island è un isolotto situato alla foce del fiume Hudson, nei pressi del porto di New York City. E’ comune- mente ritenuto il simbolo del patrimonio culturale degli immigrati provenienti da tutti i paesi europei e diretti negli Stati Uniti. Dal 1892 ino al 1954 in quest’isola transitarono circa venti milioni di emi- granti, in cerca di libertà e di opportunità economiche. All’arrivo al centro di accoglienza, ciascun immigrato doveva esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva condotti in America, mentre dei medici del servizio immigrazione visitavano i nuovi arriva- ti, contrassegnando con la schiena con un gessetto coloro che dovevano essere sottoposti ad esami più approfonditi America, mentre dei medici del servizio immigrazione visitavano i nuovi arriva-ti, contrassegnando con la schiena con un gessetto coloro che dovevano essere sottoposti ad esami più approfonditi. Chi superava il primo esame, veniva poi accompagnato nella sala dei Registri, in cui venivano registrati dati quali le generalità dell’immigrato, la destinazione, la disponibilità di denaro e le attitudini lavorati- ve, per essere successivamente sbarcato a Manhattan. Chi veniva sottoposto alla successiva visita e fosse giudicato non idoneo, veniva reimbarcato sulla stessa nave che lo aveva portato negli Stati Uniti, la quale aveva l’obbligo di riportare in patria gli “scartati”.

Negli Stati Uniti in cui l’abbondanza di terra poco costosa era un fattore allettante, gli italiani – chiamati fellas, termine che nel gergo significava“ ragazzi”, si distinguevano per svolgere principalmente lavori agricoli, anche se successivamente sono stati impiegati in lavori principalmente urbani. Gli italiani sono stati notati e apprezzati anche per la loro diligenza. Hanno lavorato come macellai, raccogli- tori di stracci, addetti alle pulizie della fogna e in tutti quei lavori duri, sporchi, pericolosi che gli autoctoni non desidera- vano. Anche i bambini immigrati hanno lavorato in dalla più tenera età, come del resto avveniva in Italia, spesso a scapito della loro educazione scolastica. Gli italiani emigrati in America erano apprezzati per il loro rifiuto di accettare la carità o di ricorrere alla prostituzione per soldi. Le condizioni di vita in cui gli italiani immigrati a New York vivevano erano spesso drammatiche e ai limiti dell’indigenza. Erano famosi per la loro sobrietà, ma venivano spesso osservati comportamenti tipici, come la sporcizia delle loro abitazioni e la tendenza a risparmiare su- gli alimenti in un tentativo disperato di accumulare soldi.

Partendo dall’esperienza di mio nonno emigrato, nella mia esperienza di mediatrice culturale ho confrontato e raccolto tante vicende simili, avvenimenti diventati storia d’Italia. Il nostro Paese ora è diventato terra di emigrazione, e tuttavia sembra aver dimenticato i racconti dei fellas e dei macarunì che partirono su fatiscenti bastimenti o attraversarono clandestinamente le frontiere in cerca di un futuro migliore.

Proprio come successe a mio nonno, nato in Brasile da immigrati italiani.

Bocciature a scuola, un bene o un male?

 

Tempo di scrutini, tempo di agitazione nel mondo della scuola. Fino ad ora in questo blog non ho parlato della cosiddetta e famigerata “buona scuola” del governo di Renzi, non certo per mancanza di opinioni, ma perchè talmente avvilente e squalificante tale cosiddetta riforma  appare, che l’unica risposta possibile è quella a livello sindacale e di movimento. Nel post invece vorrei parlare della valutazione e della cosiddetta “bocciatura” degli studenti, argomento quanto mai attuale in questi giorni.

Quest’anno scolastico è terminato in modo ancor più convulso, con il blocco degli scrutini per protesta nei giorni 9 e 10 giugno e il successivo rinvio degli stessi in orari anche impossibili nei giorni successivi, un tour de force per arrivare in tempo e garantire l’apertura delle procedure degli esami di Stato che iniziano per le commissioni esaminatrici già il 15 giugno. Come forse sapete, insegno in un istituto superiore.

Tuttavia, una cosa positiva c’è stata in questo dilazionamento dei tempi: essendo comunque  quasi tutti presenti anche se autosospesi dal servizio negli orari degli scrutini sospesi per sciopero, si è parlato informalmente e più a lungo del solito della valutazione degli studenti. Si sono scatenate le solite discussioni interminabili tra  prof propensi a salvare l’alunno a tutti i costi e quelli come me che invece ritengono giusta una distinzione rispetto agli obiettivi raggiunti.

Le motivazioni dei docenti sono spesso diverse e legate al proprio vissuto personale, ho notato. E durante gli scrutini succede sovente che un gruppo di professori di materie diverse si accapiglino, discutano, perorino cause pro o contro, come in un’arena. Sarà lo studente Tale capace di sostenere un esame di maturità anche se è arrivato a giugno con 4 insufficienze gravi? Sarà la studentessa Caia, anche lei pervenuta alla valutazione finale con tanti 3 e 4 troppo sconvolta dalla mancata promozione, al punto che potrebbe fare qualche gesto sconsiderato? E giù una sfilza di idee e di considerazioni, di pressioni  operate dal dirigente scolastico di turno sugli indecisi e infine il voto.

La mia opinione è maturata in quasi trent’anni di esperienza scolastica, ho iniziato a insegnare appena laureata e non cambierei questa professione con niente, forse solo se mi dedicassi a tempo pieno all’altra mia passione che esercito nel campo del volontariato, aiutare i migranti.

 Nella scuola come nella vita, ritengo che a volte occorra anche accettare di impiegare un po’ di tempo in più per raggiungere un obiettivo. E lo dice una che sui Bes (acronimo tutto scolastico che sta per bisogni educativi speciali ) e l’inclusione si è ampiamente formata e che dialoga moltissimo, quotidianamente, con gli studenti.

Si rischia altrimenti di incappare in un buonismo generico, e su questo piano anche le promozioni facili derivano dalla stessa mentalità, perché nell’immaginario collettivo aiutare uno studente significa automaticamente dargli la promozione anche se immeritata, mentre è vero il contrario, perché mandare uno studente senza basi in una classe successiva significa danneggiarlo, sottoporlo ad un lavoro e ad uno stress che non sarà capace di sostenere, oltre a provocare una grave ingiustizia nei confronti di coloro che hanno ottenuto la promozione con le loro forze.

L’errore secondo me è attribuire una valenza sociale negativa alla mancata promozione, che invece dovrebbe essere considerata con serenità e sempre nell’interesse dello studente, un anno in più talvolta può contribuire alla crescita e alla assunzione di responsabilità. 

Quando ero ancora una giovanissima insegnante, ricordo che questa cosa me la insegnò il mio alunno O.  Non studiava mai, e per questo arrivò alla maturità invece che nei 5 anni prescritti, quando ormai aveva 21 anni. Eppure, una volta uscito di scuola con il minimo previsto si iscrisse ad Economia e Commercio , e ora è il giovane presidente dell’ordine dei commercialisti del distretto. Mi incontrò qualche anno fa e ringraziò me e i miei colleghi per aver avuto pazienza con lui: “Avevo bisogno di più tempo” , mi disse.

In effetti, non sono assolutamente contraria alle promozioni, ma ritengo che sia importante seguire il percorso di crescita, sia personale che scolastico, di ogni alunno in modo serio e consapevole.         E come nella vita si deve imparare a fronteggiare un ostacolo, in questo ci si può imbattere anche nella scuola superiore. Che non a caso termina con l’esame detto “di maturità”.

Parola imbarazzante, infatti è stata sostituita con il generico termine “esame di Stato”. Mah….

La sfida dell’alunno “difficile”

Nel periodo più bello della vita

L’anima soffre grandi tormenti

che calpestano la spensieratezza e soffocano il cuore.

E tu, non puoi rimuovere il peso

che sottomette la mente

perché non conosci il tuo nemico

e non puoi amarti, conosci soltanto

il suo vertice distruttivo che ti trascina verso

un’inquietudine eterna.

(Amonas)

Ricordo ancora il periodo dell’adolescenza come un periodo turbolento….lasciamo perdere…e in questo nuovo anno scolastico ho in classe due diciassettenni, entrambi pluriripetenti,  con comportamenti piuttosto problematici. Ultimamente la normativa scolastica li chiama alunni con Bisogni Educativi Speciali, consentendo al consiglio di classe di adattare la didattica e gli obiettivi comportamentali al caso specifico. Insegno da molti anni, e nel corso del tempo di casi ne ho visti tanti, ma quest’anno ritengo la situazione sia davvero molto particolare. A e B, chiamiamoli così, sono non solo irruenti ed esuberanti, ma impediscono a tutti gli insegnanti di fare lezione. Insieme hanno cumulato almeno una trentina di note disciplinari.

A. è un piccolo elfo dispettoso. Ha un’aria dolce ed è ipercinetico, probabilmente soffre di una sindrome da ADHD ,  un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in alcuni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione/adattamento sociale , e per questo non riesce a stare neppure fermo. A dispetto della sua aria gentile, aggredisce verbalmente compagni e insegnanti, e all’improvviso si alza dal banco e “deve” fare qualcosa. Per esempio, spruzzare acqua addosso agli altri studenti, tirare un libro verso la cattedra, cercare di scrollare il tampone cancellino sporco di gesso sui professori, il suo sport preferito (con me ci ha provato e per ora non ci è riuscito ancora, ma dice che è questione di tempo e che spera di marchiare anche me…) , o semplicemente alzarsi e uscire dall’aula senza permesso, incurante del docente che lo insegue per richiamarlo all’ordine.

B. “odia” tutto e tutti senza distinzione, in particolare le donne, siano esse studentesse, siano professoresse, lui si sente autorizzato ad insultarle e a etichettarle in vari modi sempre poco rispettosi che celano anche un razzismo di fondo e, scavando ancora, una forte insicurezza di fronte alla vita. Parlando con i genitori abbiamo scoperto che viene da un piccolo paese della valle d’Aniene, che è il primogenito e che il padre ha problemi gravi di salute che destabilizzano fortemente il ragazzo.

Ora, la prossima settimana il consiglio di classe dovrà riunirsi per i provvedimenti di sospensione, che sembrano doverosi, se vogliamo far rispettare il regolamento d’istituto, anche nell’interesse degli altri studenti della classe, che vedono spesso il loro diritto allo studio ridotto e che sono minacciati e offesi quotidianamente. Ma quanto dolorosa sarà per me questa sospensione…perchè in fondo è una esclusione. Ho per fortuna colleghi sensibili e preparati, una dirigente efficiente e probabilmente il provvedimento darà luogo alla programmazione di “lavori socialmente utili” in cui impegnare i due reprobi nell’ambito delle attività scolastiche. Ma, esaurito il tempo delle sanzioni, mi chiedo come sarà ancora il comportamento di A e B, se impareranno ad essere più rispettosi, e che ne sarà della loro vita in generale, come evolveranno nel controllare, come mi hanno confidato, queste pulsioni irrefrenabili a far male, a comportarsi male.

E, lo ammetto, parteggio fortemente per l’evoluzione di  questi ragazzi che lottano contro la loro adolescenza turbolenta e sofferta. Perché il rischio è perderli, come qualche collega sotto sotto spera,  che vadano via da scuola, ora che è terminato per loro l’obbligo scolastico. Ma l’alunno difficile è il banco di prova di ogni insegnante motivato, la ragione per cui molti di noi hanno deciso di abbracciare questa professione. Don Milani scriveva, nella  Lettera  ai giudici, “E allora il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”

 

Le mie mani mantengano stelle

Seguito e conclusione del post precedente sugli esami di Stato.

Sono andati abbastanza bene, anche se quest’anno ho dovuto “combattere”  non solo con la commissione composta da commissari esterni, ma anche con le colleghe interne, che sembravano essere contente di ridurre i voti ai nostri studenti, anzichè cercare di valorizzarli.

Sia chiaro, io stessa non sono una “buonista”, però penso che ogni studente abbia un suo “valore intrinseco” da far notare ai commissari. C’è chi è serio e  molto studioso,  c’è chi è intelligentissimo ma ribelle, c’è la via di mezzo…ogni ragazza, ogni ragazzo,  però possiede una luce che brilla dentro di sé ed il compito di ogni insegnante è di farla risplendere, in modo anche da motivare l’alunno allo studio anche di materie “noiose” come le mie, diritto ed economia politica.

Gli anni scorsi, sempre spesi da membro interno – pare che il ministero si sia dimenticato degli insegnanti di diritto, che sono interni al corso in cui insegno da almeno 6-7 anni -, avevo il conforto e la complicità della collega di inglese, una simpatica buontempona con la quale c’è sempre stata una intesa al volo. Lei proponeva, io negoziavo con la commissione esterna, e viceversa…quest’anno la collega è stata nominata come membro esterno, ed io mi sono trovata affiancata da due colleghe del tutto annoiate…va be’, è andata abbastanza bene, anche se alcuni voti finali sono stati deludenti, nonostante tutto l’ impegno…

E così, le “stelline” di quest’anno scolastico hanno oltrepassato la linea d’ombra e sono volate nel cielo della vita.

Mi mancheranno  tutti : M. il saggio buddista, vero illuminato, MC col suo sorriso sempre aperto, L. con la sua pronuncia romena dolcissimae la nostalgia di casa, Mt. sempre distratto a inseguire i sogni fuori dalla finestra, T. che si vantava delle sue avventure con le ragazze, Mk la perfetta organizzatrice futura manager, V. e GM i bravissimi della classe, Mtt perfetto informatico e performer di un colloquio d’esame meraviglioso, la dolce JJe la “faina” J, quest’ultima sempre abilissima a copiare senza che me ne accorgessi (lo giuro, non l’ho mai beccata!), L. che voleva fare la maestra e non la ragioniera e che pertanto si iscriverà a Scienze della Formazione, S. che si è emozionata tanto il giorno dell’orale e che non ha avuto un voto così alto come ci attendevamo, C. la sexy, sempre allegra e pronta a stuzzicare i ragazzi, S. dolcissima e timidissima, S. la dolce. Persino G. mi mancherà, anche se mi ha dato filo da torcere per tutto l’anno mentre tentava sempre di continuare un videogioco che immancabilmente veniva invitato a spegnere. Verso la fine dell’anno, visto che era l’unico che non aveva ancora ideato un percorso tematico da presentare alla commissione, l’ho sfidato a fare una “tesina” sui videogiochi. Ebbene, ha preparato un piccolo sito web, collegando ogni videogame ad un argomento, spaziando dalla letteratura all’inglese, dal diritto all’economia aziendale, che all’orale ha fatto furore tra i commissari!

Visto che siamo in conclusione e si è parlato di “stelle”, ho scelto una poesia sul tema anche per commemorare Margherita Hack recentemente scomparsa, signora delle stelle di incomparabile intelligenza.

L’augurio che le nostre mani mantengano stelle non vale solo per i miei ormai ex studenti, ma per tutti…e se queste mani trattengono amore, anche meglio.

Baci dal vostro Angelo 

 

Le mie mani mantengono stelle,
Afferro la mia anima perché non si spezzi
La melodia che va di fiore in fiore,
Strappo il mare dal mare e lo pongo in me
E il battere del mio cuore sostiene il ritmo delle cose.

 Sophia de Mello Breyner Andresen

Esami: istruzioni per l’uso

I miei studenti sono sotto esame ed io, come ormai  accade da vari anni, sono ancora una volta membro interno, trepidando per loro e la loro esperienza della “linea d’ombra”.

“Loro” sono un gruppo di 17 allegri zuzzurelloni. Per la verità erano 18, non è stato ammesso il più allegro e simpatico dei buontemponi, dedito principalmente a nascondere gli zainetti ai compagni nei cambi tra una lezione e l’altra e a corteggiare tutto l’anno una compagna bella ma, purtroppo per lui, molto allumeuse e sicuramente indecisa sulla risposta da dargli 😀

Già da un mese, superata ormai la fase delle lezioni e dello scrutinio,  ho detto loro di non considerarmi più la loro prof, ma il loro coach. Si, perchè affrontare la maturità non è solo questione di preparazione, che naturalmente deve esserci, ma anche di grinta e di disposizione verso gli altri. L’atteggiamento conta moltissimo.

E così vi riassumo le mie piccole istruzioni per l’uso ai maturandi.

  1. Prima di tutto, la salute. Agli scritti, munirsi di merenda e di molta acqua. Dovrai stare molto tempo impegnato e non sempre i presidenti di commissione autorizzano cibi e bevande provenienti dall’esterno
  2. Non fare troppe domande ai membri esterni, e, soprattutto, non confidarti con loro. Non sono nemici, ma qualunque rivelazione da parte degli studenti viene da loro acquisita per valutare la classe. (E’ una cosa molto difficile da comprendere per i miei socievoli alunni, che ad ogni occasione vogliono riversare tutte le loro ambasce sul primo malcapitato commissario. Anni fa, addirittura, ad un colloquio assistei impotente ad un momento degno di una psicoterapia, dove tal Gianluca confidò al docente esterno di informatica che a lui dello studio importava ben poco, che durante l’anno, si, i suoi insegnanti avevano cercato di spronarlo, ma a lui, della scuola “non gliè ‘mportava gnente”. Gianluca ebbe 62 come voto finale e quando osò lagnarsi dello scarso risultato rispetto ai suoi voti, che non erano troppo male, gli ricordammo che in seguito a quel colloquio fu proprio l’amico prof di informatica a fargli abbassare il voto)
  3. Alla prima e alla seconda prova, cerca di non farti notare negativamente dalla commissione.  Meglio evitare di alzarsi o di commentare rumorosamente. I docenti esterni cercano di farsi un’idea delle classi che dovranno esaminare, e spesso si “fissano” anche su piccoli, apparentemente insignificanti, particolari. Spesso, in quelle occasioni, scambiano i più bravi della classe, tartassati dai loro compagni in cerca di suggerimenti, per quelli in grave difficoltà. Per fortuna, nel 90% dei casi dimenticano subito dopo. Tuttavia, una impressione negativa resta.
  4. La terza prova è considerata la più difficile a detta di tutti gli studenti. Qui, oltre che la necessaria preparazione per affrontarla, occorrono anche calma e lucidità. Spesso e volentieri si sbagliano le risposte perchè si antepone la propria ansia alla razionalità. Le domande a risposta multipla – i miei alunni le chiamano ” quelle con le crocette” vanno lette con attenzione, evitando subito il distrattore troppo ovvio e cercando la risposta completa. Per esempio, se la domanda fosse:

   Giacomo Matteotti era:

  • un ministro del Partito Popolare
  • un deputato socialista
  • il segretario del PSU
  • un anarchico

voi direste che la risposta è facile – e lo è – non sempre sono così semplici le domande formulate – eppure il candidato spesso e volentieri sceglie la 4, la più sbagliata!

5. Arrivati al colloquio, occorre dimostrare di essere preparati e, se possibile, competenti nelle diverse materie.

L’apparenza conta, soprattutto perchè, come detto prima, gli esaminatori esterni non conoscono lo studente. Perciò, bisogna presentarsi con aspetto ordinato.

Per i maschi va bene portare capelli lunghi, treccine rasta,tatuaggi, piercing e orecchini di vario genere ( ormai anche il prof più anziano è un 60enne vissuto all’epoca dei figli dei fiori  che non può che ricordare con nostalgia quel periodo) ma conta tanto presentarsi in ordine. Evitare assolutamente però i pantaloncini corti  alla coscia stile Miami Beach o le camicie aperte sul petto!!!

Per le ragazze va bene presentarsi al colloquio con treccine rasta, capelli colorati delle tonalità più assurde, persino il verde si è visto ultimamente. Meglio evitare però le scollature eccessive e le minigonne inguinali, sempre per una questione di buon gusto.

E’ bello apparire alternativi, però bisogna dare l’idea di essere ragazzi con una testa pensante e non veline scosciate nè tronisti di trasmissioni di dubbio gusto: almeno a scuola facciamo trionfare la cultura.

6. Una volta iniziato il  colloquio orale, sorridere, rispondere alle domande dando l’impressione di conoscere gli argomenti più di quel che si sta dicendo (sembra una sfumatura, ma conta molto!), non obiettare MAI con “Sul libro non c’era” o ” Il prof non ce l’ha fatto fare”. Questo semmai è un compito dei membri interni come me, che hanno il dovere di far osservare ai commissari interni nelle loro domande la conformità con i programmi svolti dai docenti della classe. Ricordare la chiosa al punto 2 (evita le confidenze che possono ritorcersi contro di te) .

 E Se per caso le cose si mettessero molto male, accetta di buon grado o chiedi la domanda a piacere. Qualche anno fa, una Andreea si rifiutò con sdegno alla domanda in extremis, nonostante l’esame orale stesse andando maluccio, rispondendo: “Eh no, ora basta, mi state chiedendo troppe cose”! Infatti, non riuscimmo a salvarla…

7.  Al termine degli esami, è matematicamente certo che non sarai soddisfatto al 100 % del tuo voto, soprattutto se lo comparerai con quello dei compagni di classe o con le altre classi. E’ così, fa parte del gioco della vita, che a partire da questo momento,  non sarà più quel percorso protetto, quella palestra che era la tua scuola, ma un sentiero talvolta irto, talvolta spianato, che ti dedicherà in misura eguale gioie e frustrazioni.

Ecco perchè tutti ricordiamo ancora l’esame di maturità, rito di passaggio,  linea d’ombra che dobbiamo superare.

In bocca al lupo al mio nipotone di Novara, ai miei cari studenti,  al nipote di Maria Clara,  al figlio di Virginia Mizaar e a tutti i maturandi!

Allama Iqbal : poesie dal Pakistan

Il corso di lingua e cultura italiana, iniziato 6 mesi fa a titolo di volontariato, volge al termine e per commemorare l’esperienza, noi dell’associazione abbiamo deciso di pubblicare gli scritti dei nostri studenti, e di inserire, nel notiziario, anche elementi di storia e letteratura romena e pakistana. Di Eminescu, il più importante poeta romeno, voglio parlarvi in un prossimo post, oggi vi voglio presentare Allama Iqbal, dal Pakistan.

Capita che mentre stai lavorando allo speciale dedicato alle storie dei migranti del corso, ti innamori di una poesia del più celebre poeta pakistano.

Sir Muhammad Iqbal (Sialkot, 9 novembre 1877 – Lahore, 21 aprile 1938) è stato un poeta e filosofo pakistano di origine indiana.
Viene considerato il poeta nazionale pakistano. Muhammed Iqbal (Urdu محمد اقبال) viene spesso titolato che significa “ʿAllāma Iqbal, sapientissimo ” (in arabo: ‏علامہ اقبال‎),[1] per sottolineare la sua grande erudizione. La maggioranza delle sue opere sono state scritte in lingua persiana.
Iqbal conseguì il suo Master of Arts in Filosofia a Lahore, allora parte dell’India britannica. Tra il 1905 e il 1907 studiò giurisprudenza e filosofia a Cambridge, Monaco di Baviera e Heidelberg.
Erano questi gli anni che portarono il poeta Iqbal a paragonare l’Oriente e le sue filosofie con quelle dell’Occidente. Consapevole che la cultura islamica era in declino, sviluppò al suo ritorno in patria il desiderio di riportare la cultura musulmana alle antiche glorie spirituali. Per ottenere ciò predicò la solidarietà islamica.

Silente davvero è la luce lunare, 
Silenti sono i rami degli alberi, 
Silenti i musicanti della valle, 
Silenti le verdi creature dei monti. 
La natura tutta tutta inebriata 
Riposa nel grembo della notte. 
Tale è l’incanto di questo silenzio 
Che persino il Neckar s’è fermato. 
Silente è la carovana delle stelle, 
Una carovana senza le campanelle. 
Silenti le colline, il fiume e la valle: 
La natura s’è persa in contemplazione. 
Oh, mio cuore! anche tu troppo silente, 
Soffoca il dolore nel tuo seno e dormi.

Sempre più affascinata dai versi di Allama Iqbal, poeta pakistano, vi propongo questa poesia come viatico per il fine settimana:

Vengo dal vasto mare, dalle cime de’ monti,
ma non conosco il luogo lontano dove sono nato.
Al triste uccello porto messaggi di Primavera,
in fondo al suo nido riverso gelsomini d’argento.
Rotolo sopra l’erba, e allo stelo del tulipano m’avvinghio,
e colori e profumi gli spremo nell’intimo seno;
e, a che non si pieghi a mie carezze il suo gambo,
soavissimo e lieve mi abbraccio al colle del fiore.
E quando il Poeta lamenta il dolor dell’Amica
alitando a fiotti, mi mescolo ai suoi melodiosi sospiri.

Muhammad Iqbal (Sialkot, attuale Pakistan 1877 – Lahore 1938)