Anni sfogliati come petali di margherita

Giorni di riflessione, di umore malinconico alla notizia della scomparsa di una ex compagna di classe al liceo. Ed è già la terza del gruppo che ci lascia, e non siamo in età di naturale estinzione, vi assicuro.

Vengono  spontanei il desiderio e l’urgenza di  rileggere quei giorni di scuola, a cavallo tra gli anni ’70 e 80, vissuti velocemente e dispersi via come petali di margherita,in cui senza saperlo si viveva uno dei periodi più controversi e vivi della storia recente.

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Siamo cresciuti a rock & reggae, a musica degli Inti Illimani e cantautori italiani . Giorni in cui si andava a scuola contestandone le istituzioni, perché avevi docenti come la professoressa Alfano,  che non volevano leggere in classe Pasolini, in quanto “persona immorale”.  Anni in cui sotto i banchi circolavano i versi di Neruda e Garcia Lorca in spagnolo, libretti intriganti come “Porci con le ali”(che oggi fa sorridere anche mia figlia), il libro rosso di Mao e “la Porta stretta” di Gide, tanto per citare qualche titolo.

Anni di alti e bassi per adolescenti  come noi che hanno conosciuto l’ideale nella politica, a  14 anni,e che da allora, rimanendone affascinati, anche da adulti non si sono più ritrovati ad essere usati da qualsivoglia ideologia come una pedina silenziosa. 

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Anni durissimi in cui anche tu combattevi la battaglia verso il tuo corpo che cresceva e nel quale non ti riconoscevi più, verso il desiderio di conoscere ed essere sempre più testimone del tempo, verso genitori e nonne che avevano vissuto si la guerra  ma che non capivano  la guerra di ogni giorno, mamme malate che non sapevi che poi ti avrebbero lasciato presto, ahimè, anche loro rose sfiorite in fretta di cui non hai fatto in tempo ad assaporarne l’odore.  I giorni del terrorismo, la paura delle cariche della polizia o dei fascisti con i manganelli, entrambi senza pietà verso i soggetti più indifesi, vale a dire gli studenti come noi. 

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Erano anni in cui uscivamo con ragazzi bellissimi ma problematici, che erano o dolcissimi,  o così persi che non avrebbero più ritrovato la chiave per uscire dal loro labirinto di specchi. Anni  in cui si alternavano baci e sigarette scambiate, un cui stringevamo amicizie di banco e di vita che avrebbero lasciato il segno per sempre, in cui comunque si dica, la versione di greco e di latino si faceva sempre insieme e si riusciva abbastanza  bene a scuola, quasi senza studiare, a dispetto dei prof (un esempio precoce di cooperative learning, si direbbe oggi)

E su tutto, dappertutto, c’era la musica, quella musica dal rock americano  al reggae giamaicano,da Guccini, a De Andrè e De Gregori, musica che ti girava intorno, come la colonna sonora di anni meravigliosi e difficili, che ti avrebbero forgiato e creato il nucleo di quello che ancora siamo , di ciò, per dirla alla Montale “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. 

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Poi sarebbero  arrivati l’università, il lavoro, la famiglia, i figli, le responsabilità di una vita intera da adulta. Quei ragazzi sarebbero diventati filosofi, docenti, dottori, professori universitari, bancari, avvocati, linguisti.

Ma quel che siamo ancora oggi non è diverso da quel viso adolescente pieno di vita e di ideali, no. Ed è figlio di quegli anni. Quei petali di margherita non sono stati sprecati nel vento. Grazie a chi ha condiviso quel pezzo di strada con me. A chi c’è e a chi c’è ancora, seppure nelle Sfere Celesti. E dentro al cuore.

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IT’S DE-LOVELY: ALLA SCOPERTA DI COLE PORTER

Una domenica fa, di quelle dei primi giorni di aprile, che si sa “è dolce dormire” e che ti fa venir ancora voglia di trascorrere il pomeriggio festivo a guardare la tv mentre ozi sul divano in compagnia del tuo gatto, ho scoperto un delizioso film ispirato alla vita e alla musica di Cole Porter, dal titolo ispirato ad uno dei suoi successi, De-lovely.

Sono cresciuta con la musica dagli anni ’70 ai ’90 del secolo scorso, nel segno del rock psichedelico, della musica dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin, di David Bowie, di Janis Joplin, Jimi Hendricks, dei Nirvana e dei Pearl Jam, dei dimenticati Inxs che mi piacevano tanto e soprattutto, per me almeno, del reggae di Bob Marley e dei suoi seguaci.

Cole Porter era un nome che conoscevo, certo, ma di cui sapevo ben poco, relegandolo nella musica dei tempi dei miei genitori, musica da “matusa”, come sentivo dire dai miei cugini “grandi” che erano impegnati nelle contestazioni studentesche del 1968 mentre io li osservavo con occhi sgranati e un po’ invidiosi. Poi venne il tempo anche per me di unirmi a quelle variopinte e idealistiche compagnie, convinte di cambiare il mondo a tempo di musica e di slogan, e forse, un po’ e per un po’ ci siamo riusciti.

Comunque, di Cole Porter e della sua musica sapevo ben poco, e così seguire il film De-lovely del 2004 è stato davvero una de-liziosa scoperta, dalla musica alla vicenda personale di vita del compositore statunitense e della sua compagna di vita Linda, con la quale diede vita a un sodalizio di amore ma anche di amicizia, che comprendeva anche le liasons omosessuali di Porter, conosciute e approvate da Linda. La colonna sonora del film è interpretata da diverse star della musica, da Robbie Williams che canta il brano al quale è intitolato il film e il mio post, ad Alanis Morrisette che interpreta “Let’s do it” una sorta di marcetta in cui il ritmo progressivamente diventa travolgente al ritmo di “Birds do it, bees do it….Even educated fleas do it, Even lazy jellyfish, do it, Let’s do it, let’s fall in love” (Gli uccelli e le api lo fanno…persino le pulci ammaestrate e le pigre meduse lo fanno, facciamolo, innamoriamoci). Ci sono poi i brani più famosi, Begin the beguine interpretato da Sheryl Crow e Night and Day, cantata dall’attore protagonista che interpreta Cole Porter, un fantastico Kevin Kline. Ma la mia preferita è Let’s misbehave, un testo scanzonato unito ad una musica allegra suonata da Elvis Costello, il musicista e performer inglese che ho avuto il piacere di seguire qualche anno fa dal vivo.

E’ proprio vero che la musica è spesso anche la colonna sonora della vita. Per me lo è stato, e magari sarà l’argomento di un altro post. Per Cole Porter, come sottolinea la sceneggiatura del film, molti suoi brani puntellavano i momenti giocosi e quelli bui della sua esistenza, iniziati soprattutto con la rovinosa caduta da cavallo che gli comportò ben 30 operazioni e una amputazione, fino alla perdita dell’amata Linda, per la quale scrisse “Every Time we say goodbye”.

Insomma, se vi dovesse capitare in tv di trovare questo film, registratelo o vedetelo subito, ve lo consiglio, così come vi suggerisco di andare subito ad ascoltare su youtube qualcuno dei titoli che vi ho fornito durante il post.

Buon fine settimana a tutti dal vostro Angelo Harielle 

Quando eravamo ritals e macarunì, esperienze migratorie rimosse o dimenticate

La brava ed entusiasta collega Tiziana che dirige il giornalino scolastico del mio Istituto mi ha chiesto un articolo sulle migrazioni, e mentre lo scrivevo, mi è venuta in mente la figura di mio nonno, migrante nato in Brasile e tornato a Napoli, la mia città d’origine. Ve lo posto qui, trascritto, ma se volete dare un’occhiata al giornalino di scuola, vi lascio anche il link 🙂  E soprattutto mi viene da riflettere a quanto siano simili le nostre memorie storiche di migranti, confrontate con quelli che ogni giorno attraversano i confini e trovano muri…..

 

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Sono la nipote di un emigrante italiano. Mio nonno nacque in Brasile, a Manaus, città nella quale anni prima si erano tra- sferiti i suoi genitori che non trovarono lì né ricchezza né fama. Tornato a Napoli, sua città natale, negli anni ‘50 mio nonno diventò il presidente di una compagnia navale di emigrazione, la Colombo, che organizzava le rotte degli emigranti verso il nord e il sud America. Era molto premuroso e solidale con chi affrontava il grande viaggio verso l’ignoto: nelle sue memorie di emigrante restavano i ricordi del duro lavoro nelle pampas dal clima insalubre , i richiami continui e sgarbati del capomastro, le malattie, il vitto scadente, i pochi soldi per sbarcare il luna-rio, la nostalgia di casa.
Pagina del passato recente, l’emigrazione è stata un passo obbligato per molti italiani, non solo del Sud , ma anche di quelli del Nord, con un grande flusso di popolazioni frontaliere, specialmente provenienti dal Piemonte, dalla Liguria, dal Friuli e dal Lazio. Oggi le persone di origine italiana rappresentano il dieci per cento della popolazione francese, il 21 per cento di quella Argentina e circa il 5 per cento di quella statunitense.

Le cause della grande migrazione italiana erano costituite in parte da “push factors” ed in parte da “pull factors” Tra i primi, come fattori di respingimento annoveriamo sicuramente le  precarie  condizioni economiche in cui larga parte della popolazione versava, ma anche, specialmente per i giovani maschi, il fenomeno della coscrizione obbligatoria, cui cercavano di sottrarsi, che spesso obbligava a condur- re una vita clandestina e sovente sfociava nel brigantaggio.

Tra i “push factors”, fattori di attrazione, andavano considerati la speranza di arricchirsi e l’idea di diventare cittadini di un grande paese costituito completamente da immigranti. Nel periodo del fascismo, inoltre, molti tra gli immigrati erano antifascisti perseguitati dal regime o dissidenti che decisero di trasferirsi in America anziché essere perseguitati in una patria divenuta inospitale.

Anche per molti migranti proveniente della nostra cittadina di Tivoli la Francia è stata la destinazione più frequente.

L’emigrazione verso la Francia del Sud e centrale, sino ad arrivare alla capitale e, ancora più al nord industrializzato si concretizzò con un lusso in crescente aumento a partire dalla fine del 1800 sino alla seconda metà del ’90. In Francia gli italiani – specialmente quelli provenienti dall’alta Italia – sono andati a lavorare molto spesso come “sans papier”, operai clandestini nelle fabbriche o nelle miniere. La condizione di clandestino era spesso dettata dall’alto costo che era richiesto per avere tutti i documenti necessari per la regolarizzazione. In più, l’elevato tasso di analfabetismo e la scarsa pratica con uici e richieste burocratiche favorivano il clandestinismo lavorativo. Per lavorare regolarmente, occorreva una “carte de travaille”, che doveva essere approvata dal consolato italiano nelle città francesi di destinazione e successivamente inoltrata alla sottoprefettura territoriale competente. Per passare la frontiera, era sufficiente il regolare passaporto, ma senza la carta lavorativa era diicile ottenere un lavoro regolarmente retribuito. Molti lavoratori si recavano in Francia per lavorare come stagionali, attratti dalle paghe più alte di quelle praticate in Italia. Spesso lasciava- no una famiglia che doveva sobbarcarsi il lavoro dei campi al posto dei suoi mem- bri partiti in cerca di fortuna.

I francesi erano soliti chiamare gli italiani “macarunì” per la loro abitudine di man- giare i maccheroni, per controparte gli italiani chiamavano i francesi “pomiditè” storpiando il nome con cui si chiamano le patate in francese ovvero pommes de terre, pietanza di cui erano soliti cibarsi i francesi.

Gli immigrati italiani erano anche chiamati Rital (al plurale ritals), un termine dell’argot popolare francese che indica una persona italiana o di origini italiane, con connotazione peggiorativa e ingiuriosa. Le condizioni di vita erano spesso penose, al punto che era una diceria comune tra i francesi che gli italiani, venuti per costruire le ville altrui, fossero costretti ad occupare alloggi insalubri nelle bidonville o nei quartieri più degradati delle città.

La maggior parte non possedeva specializzazioni professionali e dunque poteva esercitare qualunque attività manuale (sterratori, scaricatori, manovali, lavoratori agricoli stagionali, metallurgici nei cantieri navali….). Tanti finirono per impiegarsi, regolarmente o no, nell’industria 

Ma tanti italiani emigravano verso le Americhe. Ellis Island è un isolotto situato alla foce del fiume Hudson, nei pressi del porto di New York City. E’ comune- mente ritenuto il simbolo del patrimonio culturale degli immigrati provenienti da tutti i paesi europei e diretti negli Stati Uniti. Dal 1892 ino al 1954 in quest’isola transitarono circa venti milioni di emi- granti, in cerca di libertà e di opportunità economiche. All’arrivo al centro di accoglienza, ciascun immigrato doveva esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva condotti in America, mentre dei medici del servizio immigrazione visitavano i nuovi arriva- ti, contrassegnando con la schiena con un gessetto coloro che dovevano essere sottoposti ad esami più approfonditi America, mentre dei medici del servizio immigrazione visitavano i nuovi arriva-ti, contrassegnando con la schiena con un gessetto coloro che dovevano essere sottoposti ad esami più approfonditi. Chi superava il primo esame, veniva poi accompagnato nella sala dei Registri, in cui venivano registrati dati quali le generalità dell’immigrato, la destinazione, la disponibilità di denaro e le attitudini lavorati- ve, per essere successivamente sbarcato a Manhattan. Chi veniva sottoposto alla successiva visita e fosse giudicato non idoneo, veniva reimbarcato sulla stessa nave che lo aveva portato negli Stati Uniti, la quale aveva l’obbligo di riportare in patria gli “scartati”.

Negli Stati Uniti in cui l’abbondanza di terra poco costosa era un fattore allettante, gli italiani – chiamati fellas, termine che nel gergo significava“ ragazzi”, si distinguevano per svolgere principalmente lavori agricoli, anche se successivamente sono stati impiegati in lavori principalmente urbani. Gli italiani sono stati notati e apprezzati anche per la loro diligenza. Hanno lavorato come macellai, raccogli- tori di stracci, addetti alle pulizie della fogna e in tutti quei lavori duri, sporchi, pericolosi che gli autoctoni non desidera- vano. Anche i bambini immigrati hanno lavorato in dalla più tenera età, come del resto avveniva in Italia, spesso a scapito della loro educazione scolastica. Gli italiani emigrati in America erano apprezzati per il loro rifiuto di accettare la carità o di ricorrere alla prostituzione per soldi. Le condizioni di vita in cui gli italiani immigrati a New York vivevano erano spesso drammatiche e ai limiti dell’indigenza. Erano famosi per la loro sobrietà, ma venivano spesso osservati comportamenti tipici, come la sporcizia delle loro abitazioni e la tendenza a risparmiare su- gli alimenti in un tentativo disperato di accumulare soldi.

Partendo dall’esperienza di mio nonno emigrato, nella mia esperienza di mediatrice culturale ho confrontato e raccolto tante vicende simili, avvenimenti diventati storia d’Italia. Il nostro Paese ora è diventato terra di emigrazione, e tuttavia sembra aver dimenticato i racconti dei fellas e dei macarunì che partirono su fatiscenti bastimenti o attraversarono clandestinamente le frontiere in cerca di un futuro migliore.

Proprio come successe a mio nonno, nato in Brasile da immigrati italiani.

Praga tra sogno e realtà

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Settembre, è tempo di transumanza, diceva il poeta

Per noi abitanti e lavoratori di città, è tempo in cui si migra dalle vacanze al luogo di lavoro, con un pensiero malinconico ai posti da poco visitati e lasciati con rimpianto.

Per me  ad agosto è stata la mia prima volta a Praga.

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La torre dell’orologio astronomico

 

Praga è una città in cui storia e leggenda sono destinate ad incrociarsi ad ogni angolo.

Esistono tanti aneddoti misteriosi che contribuiscono a renderla ancora più affascinante.

Capitale cinquecentesca   del regno asburgico e ritrovo di alchimisti, patria del rabbino Loewi e del mitico Golem eroe del ghetto, città natale di Franz Kafka e sormontata dal Castello, le cui mura furono immortalate dallo scrittore nell’omonimo romanzo, patria di defenestratori ma anche di eroi civili come Jan Palach e Jan Zajic, suicidi nel 1969 in piazza S. Venceslao per protesta contro la repressione della Primavera di Praga.

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Praga di notte, veduta del castello

Mi è piaciuta perchè si può girare a piedi e raggiungere ogni posto del centro in pochi minuti, mi hanno intrigato i suoi angoli, architettonicamente sempre diversi, le sue case da bambola. Il cimitero ebraico con le migliaia di lapidi ammassate une sulle altre costituisce un luogo di enorme suggestione, le sinagoghe sono un monito eterno contro l’intolleranza. Il Castello domina la città con la sua mole e l’imponenza della Chiesa di S. Vito, il ponte Carlo attraversa la Moldava con passo placido e raffinato, e sotto di esso si stende la piccola isola di Kampa, ritrovo di pub e birrerie. La torre delle polveri, il Rudoplhinum, l’orologio astronomico, persino il muro moderno dedicato a John Lennon.

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Il Cimitero ebraico di Praga

E’ stato bello potersi permettere, anche a causa di un cambio favorevolissimo nonostante i prezzi turistici, di assistere ad un concerto di musica classica  quasi ogni sera dei giorni della mia permanenza lì. Di assaggiare la cucina locale, frequentare le piccole pasticcerie eleganti e fragranti di spezie, bere la birra nazionale, leggerissima e sobria, conoscere i suoi abitanti, sempre pronti ad accorrere in soccorso e chiedere se potevano essere d’aiuto a quella turista un po’ affannata con le mappe. Questa notevole gentilezza degli abitanti – e vi assicuro, a noi italiani è sconosciuta e inusitata (nessuno di noi se vede che dei turisti sono quasi pronti ad attraversare sulle strisce rallenta 50 metri prima per agevolare l’intenzione, anche a semaforo pedonale rosso) è una cosa che mi colpì anche 3 anni fa a Bratislava e che, nonostante la divisione geopolitica, evidentemente è matrice comune dei fratelli della Repubblica Ceca.


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Pasticceria tipica

Si avverte una nota di fondo però sempre malinconica e triste, in questa capitale mitteleuropea, come se fosse perennemente intrisa in una sorta di languore, di ennui, di spleen. Saranno le nebbie che anche in estate avvolgono i ponti, la tristezza avita del ghetto ebraico, nonostante ora sia uno dei quartieri più eleganti della città, quel senso di precarietà e di arbitrio dell’ esistenza che nei suoi scritti Kafka ha trasmesso. Forse anche per questo Praga resta un luogo affascinante, che ti cattura, ma che non si fa incasellare in una categoria predefinita, lasciando permanere il senso del mistero e dell’ineffabilità. La matrice della vita, in fondo.

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la piazza dedicata a Franz Kafka e la sua abitazione

 

 

 

Un caro saluto dal vostro angelo della città, ancora col il cuore affacciato sulla Moldavia 😉

 

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Il ponte Carlo, perennemente in preda del vento

La luce della Resistenza

In una lirica di Pier Paolo Pasolini sono condensati i valori della Resistenza e la speranza di pace e di giustizia di coloro che, come il fratello del poeta, sacrificarono la loro vita per regalare a noi posteri un mondo di libertà. Non dovremmo mai dimenticare di far brillare quella luce…

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Così giunsi ai giorni della Resistenza

senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce……

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile….
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Pier Paolo Pasolini, La Resistenza e la sua luce