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My Beautiful Laundrette

19 Mar



Sembra legge naturale che tutto invecchi, ma a quanto pare, i prodotti tecnologici di nuova invenzione sono più senescenti di quelli di vecchia data. Ho posseduto una lavatrice per quasi 25 anni e mi ha servito ottimamente, resistendo ad amoreggiamenti declinati al passato remoto e prossimo,  traslochi, cambi pannolini sopra di lei, ripetuti assalti felini, lavaggi di scarponcini e ammenicoli sportivi fangosi ottimamente centrifugati e da lei resi. Ad ottobre è arrivata al termine, più che altro la carrozzeria e il cestello avrebbero resistito volentieri almeno altri 5 anni, ma i cuscinetti ammortizzatori e altri accessori, costosi da riparare, hanno decretato il momento di andare in pensione della Bianca, così la chiamavo…ehm… 😆

A ottobre quindi Bianca è stata rimpiazzata da una efficiente lavasciuga di ultimo grido, che mi ha richiesto un mese di assiduo e intensivo studio per capire come funzionasse. Alla fine, mi sono attestata su  3-4 programmi che sembravano più in sintonia con le mie aspettative di utente e ho dovuto pian piano abituarmi al suo fischio da aereo in decollo quando fa la centrifuga e  imparare ad asciugare i panni senza averli in cambio ritorti come l’urlo di Munch. Ma…

Neppure sei mesi, dopo, La Nuova (è ancora presto per affezionarsi a questo elettrodomestico e darle un nome che sostituisca nella memoria la fidata Bianca) si rompe. Il maledetto pannello elettrico va in tilt ogni volta che si carica la lavatrice e blocca la porta. Chiamata l’assistenza – fortunatamente è in garanzia – mi dicono che è un problema comune alle lavatrici asciugatrici di quel modello e che nei prossimi 10-15 giorni ci penseranno a portare il pezzo da sostituire. Aaargh! E io, come faccio???? urlo…come nel quadro di Munch…ma…

Lavanderia a gettoni, si chiama il nuovo punto relax del vostro angelo. Vicino casa, parcheggio  agevole, lavatrici enormi, mega asciugatrici, comode poltroncine per leggere durante l’attesa,  tv sempre accesa con maxischermo per chi vuol seguire e tante persone colorate da incontrare e con cui scambiare due parole.

In questi giorni ho incontrato casalinghe perfezioniste che preferiscono la resa migliore della lavatrice professionale per certi loro bucati preziosi, vagabonde svitate e brillanti che girano il mondo, senegalesi studiosi  serissimi che non sanno come eliminare macchie di inchiostro da lenzuola, romene in carriera ma senza lavatrice a casa (esattamente come me ma senza la carriera), una coppia gay tenerissima in procinto di andare a convivere (si, come nel film da cui ho tratto il titolo del post, libro omonimo di Koureishi),  studentini universitari fuorisede alle prime armi e che avevano bisogno di una mamma,  pakistani che preparano un matrimonio e vengono con i loro abiti tradizionali da non sciupare…

Un mondo colorato e profumato di bucato: il gestore  è un ex impiegato ministeriale che ha lasciato la carriera per dedicarsi al franchising e alla libertà di orario della laundrette. Mentre aiuta gli imbranati come me e gli studentelli a dosare detersivo e tempi di lavaggio, discute di politica e di filosofia, commenta le sue ultime lettere inviate a L’Espresso circa un determinato articolo…eh, si, basta poco e il mondo sembra diverso…

Questa settimana ho avuto l’influenza, ma domani mattina…vado in laundrette 😀

Ah…visto che ormai mi son fatta una cultura, leggete questo consiglio ecologico:

Stan

22 Ott

Stanislav viene dall’Ucraina, ha 14   anni e due occhi azzurri come il mare  dell’Abruzzo   che  gli sta di fronte. Durante l’estate e’ diventato amico di Giulia, così come la mamma di Giulia è  ora amica di Elèna,  sua madre. Tra i due ragazzini c’è    una corrente di simpatia che si rivela in sguardi, in sorrisi, in leggere strette di mani che si intrecciano.  Stanislav si fa chiamare Stan, come il protagonista di una canzone di Eminem, e una sera, davanti al mare e ad una coppa di gelato, lui e sua mamma Elèna raccontano la propria storia.

Elèna è un medico specializzato in pediatria, si è laureata con ottimi voti a Kiev, dove ha iniziato a praticare la professione e dove è nato Stan. Alla morte del marito, dopo un anno di pesanti difficoltà economiche, la donna decide di migrare in Italia. Grazie a degli  “amici di amici”, pagando con parte dei pochi risparmi rimastile, riesce ad ottenere un permesso di soggiorno e un lavoro in Italia, all’aeroporto di una città vicina alla nostra stazione marittima, come donna delle pulizie.

Elèna è contenta perchè la paga in euro è di gran lunga maggiore di quanto guadagnasse in patria come medico ospedaliero, però ha una spina nel cuore, perchè deve lasciare suo figlio  undicenne  a casa, in attesa di poter ottenere il ricongiungimento familiare e farlo entrare in Italia. Mesi e mesi di duro lavoro, con la nostalgia nel cuore e nessuno con cui poter scambiare una parola, in un paese la cui lingua le è incomprensibile. Manda tutti i suoi risparmi a Stan, e lo chiama anche due volte  a settimana, preoccupata per lui.

Stan vive a casa da solo: il nonno materno abita poco lontano da lui ma non può accudirlo completamente, perchè anziano e malandato. Impara presto a rigovernare la casa, a sbrigare le piccole faccende, a risparmiare su luce, gas e telefono. La voce che sua madre si è trasferita in Italia si diffonde presto nel vicinato: un giorno che, a scuola, chiede ad una insegnante dei chiarimenti su un argomento che non ha capito tanto bene, riceve una risposta sprezzante che termina con la frase: “Se vuoi una spiegazione in più, chiedi a tua madre di mandarti dei soldi in più per pagarmi gli straordinari”. Passano tre anni così,  madre e figlio legati ad un filo del telefono, finchè il nonno si aggrava e muore.

Intanto, Elèna è riuscita ad ottenere il ricongiungimento familiare e   il permesso  di soggiorno per Stan  e   suo padre .  Lavorando   all ‘aeroporto e nei turni liberi come cameriera in un bar, è riuscita a raccogliere i soldi per pagare il viaggio di andata e ritorno   Pescara- Kiev. Purtroppo arriva solo in tempo per salutare il padre morente e per seppellirlo. Il tempo di riabbracciare il figlio, di  raccogliere le cose essenziali, e già si deve ritornare, le sue prime vacanze sono quasi terminate. Il viaggio in bus verso l’Italia è lungo, e ad ogni frontiera ci sono doganieri disonesti che  provano a  riscuotere  un’indebita tangente dai viaggiatori, cui invidiano le prospettive di arricchimento nella penisola baciata dal sole a sud d’  Europa.

Si arriva nella piccola città di mare in cui Elèna ha trovato una stanza per sè e suo figlio. Stan è nervoso, non capisce la lingua, è teso per la paura di affrontare la scuola in un ambiente che non conosce. Il clima estivo lo snerva, non è abituato a quel caldo, solo il mare lo attrae, il suo colore lo calma, lo rende sereno. Però lo sbalzo di temperatura gli è fatale, e finisce all’ospedale per via di un misterioso febbrone che i  medici non riescono a curare. Mamma Elèna ritorna ad essere la pediatra che era fino a tre anni prima: con il consenso dei sanitari, si consulta, consiglia, e Stan comincia a star meglio.

Nel reparto di pediatria del piccolo ospedale marittimo, conosce Giulia, arrivata lì per una gastroenterite dovuta ad ingestione di telline infette. I due piccoli malati simpatizzano con gli sguardi e parlando in inglese; le loro mamme, spesso sveglie di notte nei giorni precedenti per accudirli, sono in poco tempo diventate amiche, ed anche dopo le dimissioni dei ragazzi, ormai guariti, continuano ad incontrarsi in spiaggia. Stan e Giulia, ancora convalescenti, non possono mangiare il gelato che Harielle ed Elèna si concedono golosamente, a ricompensa di tante notti insonni accanto ai loro cuccioli.

In fondo,  i due ragazzini  non hanno bisogno di tanto altro  : a  loro basta sentirsi amici,   ascoltare la musica insieme,   guardarsi negli occhi e dirsi “I love you” davanti al mare, in un giorno di prima estate, dove il sole sembra dover splendere per sempre in quel cielo, azzurro e ridente come gli occhi di Stan.

(una storia vera  di amicizia  iniziata qualche anno fa, solo i nomi dei miei amici e di mia figlia sono stati cambiati, le foto sono prese qua e là nel web)

La città scomparsa

22 Giu
Ecco l’ultimo racconto scritto per MeLa Dai, gioco-racconto iniziato a marzo ideato da Chiara e Ariel e terminato pochi giorni fa, dedicato all’amore con storie strampalate sul tema. Dopo"Sposare un giamaicano" e "Un angelo ci salverà", ora è la volta del racconto che mi è più caro, forse perchè, davanti ad un foglio bianco di computer, è come se si fosse scritto da solo. Inoltre, tocca la tematica dei migranti, che è la mia passione e la mia specializzazione nella vita lavorativa. Mi ha portato anche fortuna, perchè qualche giorno fa questo scritto è stato selezionato per un premio letterario internazionale. Il disegno anche questa volta è stato elaborato dalla bravissima Gabriella, illustratrice sopraffina di tutta la serie, a cui vanno ancora una volta i miei complimenti per la sua arte.
 

La città scomparsa

 

 la città scomparsa

 

 

Eravamo nascosti all’angolo della strada, tesi e pronti a scattare. Attenti alla minima distrazione del fruttivendolo del quartiere dei ricchi, pronti a correre e senza farlo notare arraffare una mela, un’arancia e di nuovo correre, prima di arrivare a scuola, dove  nell’intervallo delle lezioni avremmo avuto qualcosa da barattare con  i nostri annoiati compagni  stufi di merendine confezionate e di panini superimbottiti. Per me e mio fratello, quelli erano invece un cibo prelibato: al mattino, dopo averci servito la colazione, la mamma non sempre ci dava la merenda. Sempre però ci raccomandava di stare attenti mentre attraversavamo le strade, di mostrarci obbedienti e rispettosi verso gli insegnanti, di non litigare con i compagni e di farceli amici. Quest’ultima cosa ci riusciva più difficile, perché da un anno a questa parte, cioè da quando avevamo lasciato il nostro villaggio natale e ci eravamo trasferiti su un continente diverso, in una città sconosciuta, nessuno aveva mostrato desiderio di sedersi spontaneamente accanto a noi. Qualcuno arricciava il naso ed una volta io, da sempre più  sveglia di quello zuccone di mio fratello gemello, avevo percepito dalle frasi pronunciate sommessamente “Ma prof, puzzano” disse storcendo il naso e roteando gli occhi Alice,  la bambina più bella della classe, bionda dagli occhi verdi, che mio fratello,  come tutti i compagni di scuola, mangiava con gli occhi.

 

L’ insegnante la guardò severamente ma non disse niente quando Alice si accomodò al suo solito posto, lasciandoci confinati al primo banco laterale. Solo durante l’intervallo alcuni tra i ragazzi, incuriositi della nostra frutta, proponevano silenziosi scambi, soddisfacenti per entrambe le parti. Dopo la scuola tornavamo a casa, noi due soli, tra scherzi e battute nella nostra lingua, ridendo dell’altezzosità compassata dei nostri compagni  e prendendoci gioco degli indigeni dimoranti nel quartiere residenziale in cui era situata la nostra scuola. Il nostro rione, invece,  era abitato da tante persone del nostro stesso paese, e lì era facile e rilassante ritrovare la nostra lingua, il dialetto, persino gli alimenti cui eravamo abituati. Compravamo pane e latte come ci avevano raccomandato mamma e papà, poi restavamo soli in casa fino a sera, aspettando che tornassero i nostri genitori, guardando il tramonto sulla grande città tra i piloni d’acciaio di un ponte dalle finestre del nostro minuscolo appartamento.

 

Arrivava prima la mamma, che subito liberava i capelli e cominciava a cucinare cibi saporiti, che spandevano per l’appartamento un odore di aglio e di spezie. Poi giungeva il papà, sempre stanco e corrucciato appena arrivava, poi rasserenato dalle canzoni che mamma cantava mentre friggeva e subito metteva in tavola. Spesso ci chiedevano di mostrare loro i nostri quaderni, di far vedere i voti. Io, che ero più brava del mio gemello ad apprendere la lingua nuova, gongolavo nell’ascoltare le lodi con cui mio padre mi elogiava. “Voglio che tu sia brava, che vada all’università” ripeteva, ed io mi sentivo felice e sgomenta allo stesso tempo nel sentirmi investita da una tale responsabilità.

 

Di domenica seguivo mia madre in chiesa, ascoltavamo la funzione e dopo la messa ci recavamo in sacrestia, dove alcune donne ci regalavano dei pacchi per bisognosi. A casa li aprivamo con vergogna: contenevano generi alimentari, talaltra vestiti, in genere troppo grandi o troppo stretti per noi ragazzi, ma bisognava adattarseli addosso. Mio fratello e mio padre badavano alle galline, confinate in un piccolo spazio nel comune cortile, adibito anche a piccolo orto, dove, resistendo al gelo invernale, crescevano stentatamente alcune verdure.

Era proprio il clima freddo a cui non riuscivo ad abituarmi, più che la nuova città dalle dimensioni gigantesche, dall’odore perenne di gas di scarico e di benzina. Nei miei momenti di ozio fantasticavo di tornare dalla nonna materna, nella vecchia casa dalle porte sempre aperte, dove giocavamo a rincorrerci con i nostri cugini con i piedi nudi sulla sabbia. Con mio fratello, mentre andavamo o tornavamo da scuola, avevamo inventato uno strano gioco, in cui vinceva chi si ricordava più cose del nostro paese natale.

 

A scuola ci impegnavamo al massimo, e dopo qualche mese di completa immersione in una lingua del tutto sconosciuta, un giorno scoprimmo che riuscivamo ad afferrare sempre più  quello che i professori dicevano. Eravamo meno bravi a parlare quella lingua nuova così complessa, anche perché, ogni volta che venivamo interrogati, sentivamo le risatine di scherno dei nostri compagni per il nostro strano accento. Fu proprio Alice, però, che un giorno, quando vide mio fratello in lacrime, ad andare incontro al gruppo di ragazzi più accaniti e a intimare al loro capo di smetterla. Tornata da mio fratello, gli offrì poi la sua merenda e lui le diede in cambio la piccola mela che mamma ci dava ormai ogni giorno, da quando il fruttaiolo si era lamentato con lei delle nostre incursioni mattutine. Quanti scapaccioni avevamo preso per quella piccola marachella! Da quella mattina a scuola, Alice  diventò nostra amica, ed per noi due da allora a scuola la vita fu più semplice, mentre di ritorno dalle lezioni, fino al limitare del quartiere bene in cui Alice abitava, camminavamo insieme chiacchierando e ridendo.

 

 

Ma un pomeriggio, mentre terminavamo i compiti,  udii il pianto sommesso di mio fratello.

“Che hai?” gli chiesi bruscamente, sentendomi, come sempre,  nonostante fossimo gemelli,  la sorella maggiore, sicuramente la più alta. Lui continuava a piangere, finché scuotendolo, mi rispose tra i singhiozzi. “ E’ scomparsa” ripeteva, scuotendo la testa. Lo strattonai incalzandolo  finchè non aggiunse: “Non ricordo più la nostra casa, la città, le strade. Sono scomparse.”

Allora mi alzai e presi un quaderno dalla cartella, strappai un foglio dal centro e, munita di due matite, mi avvicinai a lui. “Che sciocco sei. Non è possibile che tu non la ricordi del tutto, magari l’hai solo un po’ dimenticata. Dai,  disegnamola”

Ed ecco, linea dopo linea, tornare a vivere la città scomparsa. Qui c’era la marina, lì il castello normanno, vicino al molo dei pescatori.  Più avanti, di fronte alla spiaggetta, la casa della nonna con l’aranceto. Sembrava quasi di vederla mentre la domenica impastava le orecchiette da preparare con le cime di rapa. Qui stava la bottega dello speziale, lì il forno, qui ancora la casa degli zii, più a destra la chiesa, dove andavamo a fare catechismo da piccoli, e dove siamo stati battezzati.  Piano piano Giovanni aveva smesso di piangere, e aggiungeva altri particolari alla nostra mappa. “Ecco, Maria, qui c’era la casa di Antonia, te la ricordi quanto era bella?” chiese .“Somigliava un po’ a Alice, vero? Non cambi mai gusti, vedo” risposi io, strizzandogli l’occhio, certa che sarebbe arrossito. Restammo a disegnare la nostra mappa finchè il sole non tramontò, tracciando mura dopo mura, stradine dopo vicoli, piazza dopo vie.

E poi ci alzammo, due  dodicenni italiani degli anni ‘50, e ci sporgemmo dalla finestra che da lontano mostrava il ponte, nella prima strada, nel quartiere che i nostri compaesani in dialetto chiamavano “Brucculìn”,  e che nella scuola americana avevamo imparato a scrivere correttamente Brooklyn. Eravamo emigrati da più di un anno ormai dalla nostra terra che ricordavamo calda e profumata di mare, ma la nostra città adesso non era più scomparsa, né così lontana.

Chiudemmo in fretta il quaderno mentre sentivamo la serratura scorrere e la voce allegra di mamma chiamarci, mentre si liberava della cuffietta da cameriera a servizio. Prima di accorrere e aiutarla però feci in tempo a disegnare in alto sulla mappa un enorme sole sorridente.

Un angelo ci salverà OSSIA Le spirali dell’amore

16 Giu

  Ho partecipato con piacere e divertimento a MeLa Dai, gioco-racconto iniziato a marzo e terminato pochi giorni fa, dedicato all’amore con storie strampalate sul tema. Dopo "Sposare un giamaicano", vi vorrei proporre "Un angelo ci salverà", titolo originario, poi cambiato ne "Le spirali dell’amore" per non essere identificata subito dagli altri  sagaci ammazzasette amici scrittori. E’ un racconto molto autobiografico che spiega le ragioni del mio nickname e del perchè nel web mi sia identificata con un angelo. Spero vi piaccia A bocca aperta

Il bel disegno che vedete è di Gabriella, illustratrice sopraffina di tutta la serie, a cui vanno i miei ringraziamenti e a cui ho raccontato l’intera storia in anteprima, quando ci siamo conosciute dal vero .
 

l'angelo

 

 

Chi sa come si sente una donna mentre il mondo sembra crollarle addosso? E’ come camminare sull’abisso, la corda tesa al pensiero di quello che c’è in basso, senza poter guardare verso l’alto.

Così si sentiva Greta, seduta di fronte al medico che le spiegava con tono distaccato e professionale i dettagli della malattia che gli ultimi esami specialistici avevano diagnosticato oramai in modo certo. Era avvenuto tutto molto in fretta, un leggero malore che all’inizio nemmeno aveva considerato. Era andata dal suo medico per scrupolo ma, su suo consiglio, aveva iniziato un’odissea nello strano arcipelago formato da ambulatori ed ospedali, fino a terminare il suo viaggio di novella Ulisse nello studio di un famoso luminare che le stava ora diagnosticando una malattia grave, nonché poco nota.

Greta era sola, suo marito non aveva potuto accompagnarla neppure questa volta: il lavoro lo teneva sempre molto impegnato, e del resto, glielo aveva ripetuto promettendole di farsi trovare a casa,  la considerava una donna forte. Eppure, nel bianco neon dell’ufficio dall’arredamento asettico, Greta si sentiva sola come quando da bambina mancava la luce e lei era a letto, piena di paura. Però, mentre ascoltava, continuava a scarabocchiare sulla sua agenda: erano fiori, spirali, cuori, ma anche una parola strana che ricorreva e che le faceva piacere scrivere: ARIEL

 

Uscita dallo studio, fissato l’appuntamento per l’operazione in ospedale, Greta si avviò verso casa prendendo il lungo tunnel cromato della metropolitana: sembrava di essere in un film di fantascienza, pensò, qualcosa a metà tra Blade Runner e  Metropolis. Ed invece era tutto vero: anche l’annuncio della malattia, che veniva a minare le sue speranze per il futuro. Aveva 34 anni, Greta, un bambino di 4 anni e un marito.

 

Tornata a casa, trovò il piccolo Luca  e suo marito ad aspettarla. Lorenzo fu gentile con lei, e sembrava davvero dispiaciuto per le cattive notizie. Guardando suo marito, Greta non potè fare a meno ancora una volta di chiedersi come fosse potuto cambiare così l’uomo di cui si era innamorata dieci anni prima. Si erano incontrati al culmine di un lungo viaggio in treno per seguire l’unico concerto italiano di un grande gruppo di progressive rock americano. Forse anche un po’ per l’effetto ipnotico della musica, quel ragazzo dall’aria così seria le era parso bellissimo e tenebroso, con la barba da intellettuale e i capelli lunghi: si erano guardati e sentiti attratti, e, mentre la band intonava con ritmo sgangherato l’ultima canzone, sotto le note  travolgenti si erano baciati, e dopo qualche tempo si erano sposati.

 

 

Luca era nato da pochi anni, ma già in un periodo in cui i suoi genitori stavano cambiando. Lorenzo aveva tagliato presto i lunghi dreadlocks e, presa la laurea, aveva iniziato a lavorare per una di quelle società multinazionali contro le quali da studente aveva manifestato, criticandole come esponenti dell’imperialismo americano. Greta aveva iniziato la sua attività di ceramista, la passione di una vita. Era nato il bambino. Erano passati anni. E la vita quotidiana aveva iniziato ad essere una corsa ad ostacoli con un corridore bendato.

Perché Lorenzo era cambiato: sempre nervoso, sempre preoccupato per il lavoro,  estremamente esigente e pignolo in casa. Quando qualcosa non andava bene – i giocattoli di suo figlio lasciati accanto al divano, una coperta scivolata, un piatto cucinato male – si trincerava in una fredda cortesia più pungente di qualunque offesa. E il distacco era aumentato progressivamente tra loro, fino a farli diventare due estranei.

 

Va bene, si disse Greta, tutto questo riguarda il passato, ora devo pensare a guarire. Ed intanto, sul suo taccuino, continuava a disegnare scarabocchi, spirali, fiori, e a scrivere ossessivamente il nome: ARIEL, ARIEL, ARIEL, ARIEL. Ariel della "Tempesta" di Shakespeare? Il dispettoso spirito dell’aria? Sorrise, e quasi si sentì serena.

* * * * * * * *

 

Erano trascorsi sei mesi da quel pomeriggio di fine estate. Greta era ancora una volta in un’anticamera di ospedale, e ripensava al turbine di avvenimenti che in quel periodo avevano spazzato la sua vita e quella della sua famiglia. Dopo l’intervento, aveva seguito una speciale terapia che l’aveva indebolita un po’, ed ora, insieme alla sua amica Fiorella, attendeva di sapere se le cure avevano avuto effetto e sconfitto il male. Anche questa volta Lorenzo all’ultimo momento non aveva potuto esserle vicino. “Mi spiace”- le aveva mormorato con fare colpevole – “arrivano importanti clienti da Roma, non posso mancare. Del resto, puoi sempre chiedere a Fiorella, no? Non ha mai niente da fare, quella. E cercherò di tornare a casa quanto prima”

Estroversa e solare, Fiorella, amica del cuore e zitella impenitente, in quei mesi aveva portato nella malinconica vita di Greta il soffio della sua allegria, facendo spesso da baby sitter a Luca e organizzando nei pomeriggi della convalescenza dell’amica  chiacchiere e tè. Esperta erborista, appassionata di tarocchi e di floriterapia, il giorno prima aveva proposto ad un entusiasta Luca di preparare una delle sue ricette,  dei fiori canditi.

violette candite

Persino Greta, spesso persa in un trasognato stupore a tracciare curve, scarabocchi e l’immancabile sigla ARIEL nel suo taccuino, si era incuriosita e aveva voluto partecipare, quando i due avevano raccolto dal giardino violette e fiordalisi e li avevano immersi in uno sciroppo preparato con acqua oligominerale naturale e zucchero, al quale era stata aggiunto 1 cucchiaio di gomma arabica in polvere e un bicchierino di vodka. Poi avevano immerso i fiori nello sciroppo lasciandoli macerare tutta una notte, e il pomeriggio dopo avevano tirato fuori dalla glassa dei piccoli calici di un tenero colore lilla, da lasciar asciugare all’aria. “ Li chiameremo ARIELLI, visto che non hanno un nome” scherzò Greta, incantata dal piccolo prodigio delicato che avevano creato.

La mattina dell’appuntamento con il medico all’ospedale Fiorella era arrivata sotto casa con la sua macchinina rosso fuoco ed un regalo per Greta. “Un libro per ingannare l’attesa” le disse l’amica, aggiungendo “e spero che non avrai portato il tuo taccuino di cuoio, sono stufa di vederti scarabocchiare spirali e quello strano nome” . Greta sorrise, perché in quel periodo non riusciva a smettere di scrivere,  come sotto un incantesimo, specialmente quella sigla che le dava serenità, come la ripetizione di un mantra o di una preghiera. Mentre attendevano di parlare con il medico, per far piacere a Fiorella, che aveva attaccato invece bottone con un piacente infermiere, iniziò a sfogliare il libro. Parlava di angeli. Di angeli custodi. Gli angeli custodi, spiegava l’autore, sono entità preposte a proteggerci dalla nostra nascita. Il termine angelo deriva dal greco ánghelos, messaggero. In base alla data di nascita, ciascuno di noi è assistito da un angelo. “ Chissà qual è il mio” sorrise scettica Greta, e si mise a sfogliare una sorta di calendario angelico in cui, l’anno solare era equamente distribuito tra 72 angeli. “ Allora, chi è il tuo angelo? Spero sia sexy” chiese Fiorella, che era riuscita a farsi dare il telefono dell’aitante paramedico ed era raggiante.

“ Boh, in base alla mia data di nascita, si chiama Hariel, l’arcangelo Hariel”.

“Bel nome Hariel”, sorrise Fiorella “meglio sicuramente di quell’insulsa parola con cui ti sei fissata…e guarda, la scrivi ancora, basta con ‘sti ariel!” Ariel…le due amiche si guardarono e  quella parola ricorrente, scritta solo senza l’"H" iniziale, diventava Hariel, il nome dell’angelo custode di Greta. Le due amiche non fecero in tempo a scambiarsi uno sguardo stupito,  che in quel momento il medico arrivò con il suo responso.

 

 angel Pictures, Images and Photos

 

 Un anno dopo l’inizio di questa storia,  Greta, perfettamente guarita nel corpo e nella psiche, sedeva nel suo giardino insieme al piccolo Luca e all’amica Fiorella. Era ancora la fine dell’estate, ed insieme raccoglievano fiori per candirli ancora una volta. “Gli arielli, mamma, prepariamo gli arielli!” strillava contento Luca, saltellando tra le piantine.

Greta aveva chiesto da poco la separazione da Lorenzo, e lui era sembrato persino stupito, ma poi si era capito che in fondo era sollevato. L’estate era ancora nell’aria, ricca di profumi e di promesse. Mentre risuonavano scherzi e risate, Greta levò lo sguardo al cielo, e per un istante, le parve di cogliere un bagliore iridato. Sorrise, perché aveva imparato a conoscere le sortite di Hariel, il suo angelo custode. Non sapeva di avercelo neppure, un angelo guardiano, quando lo aveva invocato nel momento difficile che aveva trascorso, scrivendone il nome come sapeva pronunciarlo lei, nella sua lingua italiana in cui la lettera H non ha suono, ma lui si era fatto trovare, forse in modo un po’ contorto, ma si sa che gli angeli non sono entità terrene e vedono le cose al contrario, o in una diversa prospettiva. E sicuramente, l’amore del suo bambino, la positività della sua amica, la protezione di Hariel avevano costituito la ricetta della sua guarigione definitiva. Si, gli angeli esistono, ripetè Greta.

 

Da quanto  tempo camminiamo sull’abisso, la corda tesa al pensiero di quello che c’è in basso, mai guardando verso l’alto? Nessuno ci potrà salvare, pensiamo, nella nostra disperazione. Eppure sarà proprio un angelo che ci salverà.

 

HARIELLE –  ROSY 

 

Sposare un giamaicano

4 Giu
E’ terminato da poco il divertente gioco-racconto  "MeLa Dai", un’occasione per condividere con alcuni amici di blog la voglia di divertirci inventando racconti strampalati. Al centro dell’attenzione, questa volta, l’amore. Complimenti a Micky, vincitore del premio per il racconto più originale e per il miglior racconto. Congratulazioni alla mia amica Gabriella che ha illustrato tutte le 24 storie, ed ha vinto con la vignetta che illustra questo mio racconto  . Grazie a Chiara,  Ariel e Monica per l’organizzazione, e un abbraccio a tutti gli "ammazzasette" per esserci divertiti sempre in modo civile e allegro con il nostro comune hobby della scrittura. Ed ecco il mio primo di tre racconti,  
 Sposare un giamaicano        
 
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  disegno di GabriArte
Sono le 16 e 30 di un venerdì, e chiunque, come me,  svolga un noioso lavoro,  conosce il senso di liberazione che provo verso quest’ora, dove aspetto solo il momento di lasciare l’ufficio e rilassarmi nel weekend. Oggi poi, sono ancora più ansiosa di andarmene e raggiungere l’aeroporto. Nessuna partenza, si tratta invece di un rientro. Dopo quasi un mese torna dalla Giamaica una persona speciale. Lui si chiama Ziggy: lo conoscete?

Alto 1,80 metri, pelle nera dal tono ambrato: alto, lunghi capelli media lunghezza con treccine rasta, un neo sullo zigomo,  muscoli scolpiti e l’aria sexy. Ha 39 anni, ma ne dimostra meno. Invidiose, eh? Tanto è mio, è il mio uomo…quello che ho sposato da tre anni.

Ok, ok…cominciamo questo racconto dall’inizio, come si deve. Io sono Gioia, ma tutti mi chiamano Joy.  Vulcanica e sempre allegra, dicono di me. 37 anni, capelli lunghi ricci rossi e pelle chiara, molto chiara, dico io di me.

Una festa da amici comuni fu l’occasione per conoscerci. Mi aggiravo un po’ frastornata nel locale semibuio alla ricerca del bar. E Ziggy era lì,  perso di nostalgia per la sua isola perduta nel sole, quando già da un anno lavorava in Italia in veste di consulente commerciale. Non so cosa fu, forse la musica reggae sparata a palla, attaccammo bottone e in breve ci trovammo a parlare, lui in una metalingua fatta di strani suoni italiani dalla calata creola, io nel mio inglese teoricamente buono ma praticamente poco collaudato.

 

E così cominciai a notare da subito i suoi occhi neri come petrolio e il modo che ha di girarli mentre ti parla, le sue mani dalle dita lunghe e affusolate, l’anello con il leone rasta all’anulare, l’orecchino d’argento al lobo sinistro,  la sua voce mentre canta Redemption song, il modo in cui bacia, delicatamente e dolcemente, e….

E nella mente cominciai a intonare  No, woman, no cry…!!!!!!

L’amore è come un cecchino appostato nelle pieghe della tua vita, ti colpisce all’improvviso. Quella volta prese di mira me e Ziggy, che dopo pochi mesi di convivenza, decidemmo di sposarci.

 

 

Vi dirò, non è stato facile arrivare al grande passo del matrimonio. Le  origini, le culture diverse e soprattutto le riserve iniziali delle rispettive famiglie.  La mia dolce sorella maggiore Gabriella è passata da iniziali momenti di sconcerto riguardo alla mia crescente passione per il figo da paura, allo scambio con lui di gomitate e battute, mentre gli insegna tutte le parolacce, ma tutte, del nostro italico idioma. Un’altra è stata  la mia amica Elisa,una tipa tosta, che mi riempie ancor oggi di amichevoli consigli del genere:"Joy, lui è un figlio di puttana, stai attenta, vigila sempre: quelli come lui sono sempre fumati, e poi l’infedeltà ce l’hanno nel dna!!”

 

A ridosso della fatidica data, Ziggy ed io ci recammo in Giamaica, a Port Antonio, per conoscere la famiglia di lui, fino ad allora solo vista dall’angolo acuto di una webcam, da casa di Ziggy. La mamma, Edna, era proprio uguale alla Big Mama di Via col vento, solo che non ne condivideva la stessa bonomia, ma mi guardava con aria feroce e sospettosa. Ero per lei la cattiva donna bianca venuta a strapparle il figlio primogenito, già emigrato in una terra fredda e inospitale. Per due giorni furono occhiate fugaci e sorrisi finti, fino a quando mi offrii di preparare un piatto all’italiana insieme a lei. Io e Ziggy avevamo infatti stipato le borse da viaggio con pelati,  pasta e parmigiano, di olio di oliva, che lì è considerato prezioso come e più dei tartufi da noi. Edna mi seguiva stupita mentre con aria sapiente affettavo i pomodori e le erbe odorose e li soffriggevo in padella con olio, olive, capperi e acciughe: in un’altra pentola intanto lasciavo bollire l’acqua per la pasta, e una volta cotta, la scolavo un po’ a fatica (non avevano scolapasta) e, condivo gli spaghetti con il sugo. Mentre mangiavamo, Edna mi chiese il nome della ricetta. “Spaghetti alla puttanesca” risposi io. “ Putanè, really good “ approvò Edna, e per la prima volta sorrise apertamente. I dieci giorni successivi passarono piacevolmente. Scoprii che Edna era una donna simpatica e gioviale: ci scambiammo ricette e andammo spesso in spiaggia insieme a bere i cocktail fantastici, preparati dai fratelli di Ziggy, che gestiscono un chiosco in riva all’oceano. Scoprii un paese diverso dagli stereotipi del viaggiatore distratto, che immagina di trovare ad ogni angolo venditori di spinelli e rastafariani, mentre è anche ricco di umanità e di fiducia nel futuro. Anche la lingua non costituiva realmente un problema: in fondo non era difficile parlare, anche non conoscendo il dialetto patois che i nativi parlano tra loro al posto dell’inglese, lingua ufficiale: bastava rispondere sempre “yahman” che significa più o meno “si” oppure dire “irie”, che corrisponde al nostro” tutto va bene”.

 

Al momento del commiato, tra pacche sulle spalle con i cognati, abbracci e promesse di venirci a trovare presto in Italia per il matrimonio, Edna si rivolse al figlio per farmi un complimento “Joy, brava putanè” . Ho ancora nelle orecchie la risata travolgente di Ziggy, e quella frase è diventata il tormentone con cui mi prende in giro ancora oggi, il bastardo.

 

Tre mesi dopo, dinanzi al sindaco, Ziggy ed io ci sposavamo. Altro che “No woman, no cry”: Edna e Gabriella almeno si contenevano, mentre Elisa, si lei, il tipo tosto, si scioglieva in lacrime di commozione. E noi, forse eravamo quelli più stupiti di ciò che eravamo riusciti a fare,  travolti da un sentimento che oltrepassava i continenti e gli oceani.

 

 

E mentre vi parlo eccomi arrivata all’aeroporto: Terminal C, partenze internazionali, reparto arrivi. Ecco tante persone, per lo più turisti italiani di ritorno dalla Giamaica. Ridono, parlano ad alta voce. Lui niente, per un attimo ho pensato che avessi sbagliato orario. E invece…eccolo arrivare, carico di borse. Leggermente ingrassato. La cucina di mammà. E la pasta, che hanno preso ad adorare. Persino abbronzato – mica che i neri non si abbronzano, eh? Non mi aveva visto, ed io, vedendolo così bello,  ho pensato per un attimo che il mio cuore potesse scoppiare. Poi mi ha scorto. Un sorriso, ed ecco la sua risata forte e schietta.

 “Ziggy” dico io, ed è stata l’unica parola intellegibile. “Crazie” ha risposto lui, che ancora non ha imparato a parlare correttamente, il testone. Siamo saliti in auto,  e via di corsa a casa. C’era odore di fresco, di pulito, ma anche di ricordi, di passioni. Ha detto “Cattie”, gattina, il mio nomignolo. Mi ha preso in braccio e baciata appena ha richiuso la porta. Abbiamo fatto l’amore piano, con dolcezza.

Si è addormentato adesso, stroncato dal jet lag. Io ho aperto i regali di Edna: un tam, il cappellino colorato tipico, e  uno scialle che sembra un arcobaleno. Ziggy russa sonoramente, come fa sempre solo le volte in cui è veramente stanco.  Il mese passato è alle spalle. Adesso lui è qua, la sua presenza tangibile, la sua aura bronzea di dio dai muscoli scolpiti.

Riposa, amore mio…quando ti sveglierai prepareremo insieme il chicken curry: pollo fritto con cipolla e condito con latte di cocco e curry, servito con riso lessato e fagioli borlotti di contorno. E i giorni saranno solo per noi. Tutto va bene, irie, si.

HARIELLE 
 

My beautiful food shop

31 Mag

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Sabato mattina in coda al negozietto di alimentari della piccola frazione in cui abito persa tra gli olivi. L’esercizio è gestito da una simpatica donna e dalle sue due figlie trentenni, laureate eppure così amanti del lavoro autonomo, da scegliere di restare lì piuttosto che fare un altro mestiere. Mentre si aspetta il proprio turno, piove a dirotto, così si chiacchiera, tra affettati ed ortaggi, si fanno discorsi e si ricevono le notizie più recenti della cronaca locale, quelle che i giornali difficilmente riportano. Per questo anche, qualche volta, preferisco recarmi lì piuttosto che al supermercato.
 
Una signora grassa dall’età di circa 70 anni sta ordinando, ed intanto, con modi aggressivi, commenta i suoi recenti litigi con la vicina di casa. Adelina è conosciuta da tutti  per i suoi dissidi con Anselma, sua coetanea e con la quale condivide il pianerottolo che separa le loro reciproche villette. Tutte noi alziamo gli occhi al cielo, compresa l’esercente, che cerca di calmarla su quella che è una eterna contesa per i fiori che spargono corolle sul pavimento, o per gli ombrelli lasciati aperti e bagnati da Anselma, o per qualunque altro motivo.
 
Thanksgiving farmers market shopping Pictures, Images and Photos
 
Finito il turno di Adelina, che però resta in attesa che l’acquazzone si plachi, tocca a Ramona, badante romena della madre dell’ex assessore, sconfitto con la sua giunta dall’onda virante a destra che da poco ha travolto dopo oltre 12 anni anche il mio paesino (ma non la nostra frazione). Bionda, magra e alta, ha modi asciutti e simpatici, chiacchiera con le ragazze al banco ed è decisa nelle scelte, senza far perdere tempo a chi è dietro di lei. Noto che conferisce in romanesco con un certo successo. In effetti, mi viene in mente ora, lì dentro nessuno è autenticamente romano: io per prima, di origine napoletana: Adelina è ciociara, Lucilla, la gestrice, è di origine calabrese, le due signore anziane dietro di me parlano con accento siciliano, ed una, appena entrata, è la mamma irlandese di una famosa scrittrice nazionale dagli occhi azzurri. Migrazioni stratificate nel tempo, dagli anni ’50 fino ai giorni nostri.
 
Lucilla chiede alle presenti :"Avete sentito che ieri sera in un locale qui vicino due ragazzi si sono accoltellati?" Adelina chiede : "I soliti stranieri, eh? Questi cercano sempre rogne!" C’è un momento di imbarazzo palese tra tutte le presenti, che si pongono il dubbio che quelle parole possano aver offeso la bionda Ramona. Lucilla risponde: "No, sono due ragazzi italiani, di qui,  e poi guarda che gli ubriachi non hanno nazionalità"  Prima che possa intervenire anche io, le signore calabresi dicono, in un italiano dialettale (misto tra il loro e quello locale): "Ma guarda, Adelì, che quando siamo venuti qui con le pezze al c**o e ‘li fazzoletti al collo, pure a noi ci guardavano male, ma mica eravamo tutti ladri"
 
Swedish immigrants Pictures, Images and Photos 
 
E’ arrivato il mio turno, faccio i miei acquisti mentre discutiamo delle comuni esperienze di migranti giunti da diverse città nel nostro piccolo centro alle porte di Roma, di quanto sia cambiato il suo aspetto (quando mi ci sono trasferita, di fronte  a casa pascolavano delle pecorelle bianchissime, ora invece ci sono parchi giochi e villette immerse nel verde) e di quanto siamo mutati noi. Ramona racconta di Foksani, la cittadina gemellata con noi, e di quanto le manchi il suo paese, sentimento che tutte condividiamo, anche se non siamo così lontane quanto lei dagli affetti natali. Per un attimo tutto sembra essere sospeso in un alone di nostalgia, e di comprensione reciproca, tra donne, la metà del cielo che non ha mai intrapreso guerre,  se non forse quelle tra "matte" come Adelina e Anselma. La pioggia è finita, un barlume di arcobaleno festeggia, come un ponte tra le culture,  il nostro scambio. Ci salutiamo e scappiamo, perse nei nostri doveri giornalieri.
 
E’durato un attimo, ma è stato bello parlare così…è proprio come il mondo che vorrei…
 
(nomi  e riferimenti sono stati un po’ modificati, ma la storia è autentica, per fortuna 🙂
 
 

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P.S.: DOMANI E’ IL MIO COMPLEANNO,

 E VOGLIO FESTEGGIARE CON VOI UN ALTRO GIRO DI BOA CON QUESTA TORTA:

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